TENDENZE

Il mondo della moda è in pieno fermento. Tra debutti creativi, cambiamenti ai vertici delle grandi maison e nuove interpretazioni del lusso, le ultime settimane stanno delineando le direzioni che potrebbero influenzare lo stile dei prossimi mesi.

Tra i protagonisti c’è Chanel, con Matthieu Blazy, impegnato a reinterpretare i codici storici della maison attraverso una visione più contemporanea, che unisce il celebre tweed a silhouette fluide e dettagli ispirati allo sportswear. Un approccio che dimostra come anche le icone della moda possano evolversi senza perdere la propria identità.

Novità anche in casa Saint Laurent: dopo dieci anni alla direzione creativa, Anthony Vaccarello lascia la maison, aprendo una nuova fase per uno dei marchi più riconoscibili del panorama internazionale. La sua eredità è legata a un’estetica sensuale e decisa, fatta di linee essenziali e silhouette sofisticate.

Nel frattempo, Jonathan Anderson continua il suo percorso creativo da Dior, esplorando nuove interpretazioni dell’eleganza e del patrimonio storico della maison. Il suo lavoro si inserisce in un momento di trasformazione per il settore, nel quale i direttori creativi sono chiamati a trovare un equilibrio tra tradizione, innovazione e desiderio di sorprendere.

Sul fronte delle tendenze, acquistano sempre più spazio la versatilità e il riutilizzo dei capi. Anche il mondo delle celebrità contribuisce a riportare l’attenzione sullo styling creativo e sulla possibilità di dare nuova vita agli abiti già indossati. Parallelamente, le passerelle suggeriscono un dialogo sempre più stretto tra sartorialità, comfort e abbigliamento sportivo.

Anche il Made in Italy punta sulla personalizzazione. Tod’s, ad esempio, propone soluzioni che consentono di rendere alcuni accessori e calzature più personali, confermando l’interesse del lusso per prodotti capaci di raccontare l’identità di chi li indossa.

Il quadro che emerge è quello di una moda in continua evoluzione: da una parte, le grandi maison riscrivono i propri codici; dall’altra, sostenibilità, comfort e personalizzazione acquistano importanza. La sfida per i marchi sarà riuscire a innovare senza perdere quell’identità che li ha resi iconici.

COMPETITIVITA’

“Intelligenza artificiale, mercati internazionali, capacità di anticipare il futuro e capitale umano: sono queste le leve su cui la Lombardia deve puntare per rafforzare il proprio sistema produttivo e affrontare le trasformazioni dell’economia globale”. Lo ha sottolineato il presidente della Regione, Attilio Fontana, intervenuto all’Assemblea generale di Assolombarda, al Teatro Dal Verme di Milano. Presente anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Hanno partecipato tra gli altri il vicepresidente e assessore regionale al Bilancio, Marco Alparone, gli assessori regionali Francesca Caruso (Cultura), Guido Guidesi (Sviluppo economico) e Franco Lucente (Trasporti e Mobilità sostenibile), e i sottosegretari alla Presidenza Raffaele Cattaneo (Relazioni internazionali ed Europee) e Federica Picchi (Sport e Giovani).

“Oggi facciamo un bilancio della situazione attuale per migliorare le condizioni del comparto produttivo e dell’economia del nostro Paese. Essere tra le locomotive economiche d’Europa non è frutto del caso, ma del lavoro, della capacità e del coraggio di generazioni di imprenditori che hanno costruito un sistema produttivo straordinario, capace di affermarsi sui mercati internazionali e di rinnovarsi continuamente. In Lombardia cerchiamo di prevedere il futuro e utilizzare le opportunità che ci vengono offerte. Un patrimonio che abbiamo il dovere di difendere e mettere nelle condizioni di crescere ancora”. Lo ha detto Fontana, salutando e ringraziando il presidente di Assolombarda, Alvise Biffi, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, le autorità presenti e gli imprenditori intervenuti.

Per Fontana, la trasformazione tecnologica in corso rappresenta un’opportunità che la Lombardia ha tutte le carte in regola per cogliere, grazie alla presenza di competenze avanzate, università e centri di ricerca di livello internazionale.

“L’intelligenza artificiale sta già modificando profondamente il modo di progettare, produrre, organizzare il lavoro e competere. La vera opportunità per la Lombardia – ha spiegato – è diventare uno dei territori protagonisti del suo sviluppo e della sua applicazione industriale. Disponiamo di competenze avanzate nella meccatronica, nella robotica e nell’automazione. È dall’incontro tra le nuove tecnologie e la nostra tradizione manifatturiera che può nascere una nuova stagione di competitività industriale. Qui abbiamo i centri di formazione, le università e i centri di ricerca. Abbiamo tutto quel che serve”.

In questa direzione si inseriscono anche i progetti di Assolombarda sull’intelligenza artificiale e le opportunità offerte da Mind, il distretto dell’innovazione che mette in relazione ricerca, tecnologia e impresa.

In uno scenario segnato da tensioni geopolitiche e dalla ridefinizione delle catene globali del valore, il compito delle istituzioni è creare le condizioni per sostenere gli investimenti e accompagnare la crescita delle imprese, ascoltando tutti e assumendo le decisioni più adeguate.

“Le istituzioni – ha affermato il presidente – non devono spiegare agli imprenditori come fare impresa. Dobbiamo creare le condizioni perché possano farlo nel modo migliore, liberando risorse, energie e capacità di investimento”.

Fontana ha richiamato il lavoro portato avanti sulle Zone di Innovazione e Sviluppo (Zis), che “possono dare dei risultati molto importanti”, sottolineando la disponibilità del Governo a istituirne una ulteriore rispetto a quelle proposte dalla Regione. Il presidente ha inoltre evidenziato l’apertura del Governo alla possibilità di estendere anche alle regioni del Nord le Zone economiche speciali (Zes), strumenti che prevedono agevolazioni e semplificazioni per favorire gli investimenti e lo sviluppo delle imprese.

“La presidente Meloni – ha sottolineato – per la prima volta ha parlato in maniera diretta dell’opportunità di estendere anche alle regioni del Nord le Zes, che per noi sono davvero fondamentali. Se ne parlava da tempo e ora si è entrati nel merito della questione”.

La capacità di innovare, la qualità del lavoro e l’apertura internazionale sono, secondo il presidente, i punti di forza su cui costruire le prospettive dell’economia regionale, in una fase in cui cambiano gli equilibri geopolitici e si trasformano le filiere produttive.

“La Lombardia ha sempre dimostrato di saper affrontare il cambiamento senza subirlo. Lo ha fatto grazie alla capacità di innovazione delle sue imprese, alla qualità del lavoro, alla solidità delle sue comunità e a una cultura imprenditoriale che ha saputo unire radicamento territoriale e apertura internazionale. Il nostro obiettivo – ha concluso Fontana – non può essere semplicemente conservare la leadership economica che abbiamo conquistato. Dobbiamo avere l’ambizione di rafforzarla, costruendo oggi le condizioni per essere protagonisti dell’economia di domani. La competitività della Lombardia non è soltanto una questione regionale: è un interesse strategico dell’intero Paese. Investire sulla forza industriale, tecnologica e produttiva della Lombardia significa investire sul futuro dell’Italia”.

PODCAST

Il 14 ottobre alle ore 18.00 presso il CASVA di Milano ci sarà la presentazione del podcast Enrico Crispolti l’Arte nella città. Dalla partecipazione all’ambiente come sociale, un progetto in 10 episodi a cura dell’Archivio Crispolti in cui si ricostruiscono le fasi, i processi, le sperimentazioni che, dagli anni Settanta al Duemila, hanno costituito le principali tappe teoriche del percorso critico di Crispolti sull’arte nella città, tappe descritte attraverso i documenti provenienti dall’Archivio stesso.

La presentazione si colloca in un momento di particolare interesse pubblico per il tema trattato, e questo incontro milanese si focalizzerà soprattutto sul rapporto elettivo intercorso tra Crispolti e lo scultore Francesco Somaini relativamente al destino della scultura nella città. Risulta quindi di straordinaria sintonia la presenza, fino al 28 ottobre al CASVA, della mostra SOMAINI. GIARDINI INQUIETI: la filosofia del paesaggio, dato che fu proprio attraverso Somaini che Crispolti iniziò a riflettere in modo più approfondito sul tema dell’arte nello spazio pubblico, tanto che nel 1972 pubblicano un libro a quattro mani dal titolo “Urgenza nella città”, che rappresenta un punto iniziale della ricerca.

A dialogare ci saranno la direttrice del CASVA Maria Fratelli con Livia Crispolti, Vicepresidente Archivio Enrico Crispolti APS, insieme a Fulvio Irace, Professore emerito del Politecnico di Milano, Anna Mazzanti, Docente e curatrice del podcast, e Luisa Somaini, Presidente Fondazione Francesco Somaini Scultore ETS; in particolare Luisa Somaini e Fulvio Irace, curatore di questa mostra, approfondiranno proprio il rapporto tra artista e critico, contestualizzandolo nelle sperimentazioni dell’epoca.

Il podcast Enrico Crispolti l’Arte nella città. Dalla partecipazione all’ambiente come sociale a cura dell’Archivio Enrico Crispolti in collaborazione con Anna Mazzanti, è strutturato in 10 episodi pubblicati con cadenza settimanale dal 28 settembre al 30 novembre 2026 sul canale Archivio Enrico Crispolti della piattaforma Spotify e approfondisce i contenuti delle singole manifestazioni con fonti dirette e contributi attuali di studiosi della materia.

L’Archivio Crispolti di Roma porta avanti da anni una ricerca sulle prassi operative di intervento artistico nell’ambiente urbano, considerato come ambiente “sociale”; una ricerca che si è espressa nella mostra conclusasi a settembre 2026 a cura di Anna Mazzanti in collaborazione con l’Archivio Enrico Crispolti, realizzata con il sostegno della Regione Lazio nell’ambito dell’Avviso pubblico finalizzato all’assegnazione di contributi per i Servizi Culturali 2025 e con il patrocinio del Politecnico di Milano e che prosegue con il podcast per concludersi nel 2027 con una pubblicazione dedicata.

Il progetto vuole evidenziare, per l’attualità dei temi trattati e il nesso funzionale che li unisce, due modi di fare arte nello spazio urbano, già segnalati da Crispolti nei primi anni Settanta. Il primo di questi riguarda la rilevanza strategica offerta dalla modalità partecipativa e d’animazione dell’intervento estetico sul territorio, inteso come momento di coinvolgimento empatico e di avvicinamento dell’arte a un pubblico variegato. Il secondo, invece, riguarda il metodo con il quale intervenire proficuamente nella qualificazione dell’ambiente urbano attraverso la presenza di opere d’arte permanenti, condivise con i cittadini e, pertanto, da loro stessi tutelate e valorizzate. Crispolti inizia a elaborare questi contenuti attraverso pubblicazioni ed esposizioni a livello nazionale che, tuttora, a distanza di oltre cinquant’anni generano interesse e dibattito. Quindi una volta nominato Commissario del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 1976, ne propone, per la prima volta anche a livello internazionale, una sintesi teorica, trasformando il tema Ambiente, indicato dalla direzione della Biennale, in Ambiente come sociale, ovvero come «contesto umano», come «luogo d’intervento non gerarchico», dove l’opera d’arte costituisce una «presenza attiva nel processo di sviluppo identitario del territorio» e ne conserva la memoria.

Mediante lo spoglio e la selezione di fonti archivistiche (appunti, corrispondenze, fotografie, libri, contributi audio e video), molte delle quali inedite, è stato possibile ricostruire per la prima volta con attenzione storica e filologica le fasi, i processi, le sperimentazioni che, dagli anni Settanta al Duemila, costituiscono le principali tappe teoriche del percorso critico di Crispolti sull’arte nello spazio urbano: da Volterra ‘73 alla Biennale di Venezia del ‘76; da Campo del Sole (1985-1986-1989) al Concorso di idee per Piazza Augusto Imperatore (2001), passando per Operazione Arcevia comunità esistenziale (1972, 1975), la Casa del Popolo di Ponticelli (1974-1975) e il Processo partecipato della Cooperativa Alzaia (1976-1980).

In ciascuna di queste manifestazioni artistiche, si conferma come il centro dell’attenzione critica abbia sempre, per Crispolti, riguardato la crisi della città, la perdita di dimensione umana e le contraddizioni della metropoli. In questo senso l’Archivio intende presentarsi come soggetto agente, intenzionato a dialogare a più livelli con la società, il territorio e le amministrazioni.

A coronamento di tutto il progetto verrà edito il volume Enrico Crispolti Arte nella città. Dalla partecipazione all’ambiente come sociale, a cura di Anna Mazzanti e dell’Archivio Enrico Crispolti, pubblicato da Silvana Editoriale nel 2027.

DEBUTTA

Continua la quinta edizione del cartellone culturale del Museo Bagatti Valsecchi “Stasera al Museo. Lasciami mezz’ora per vedere” con un nuovo appuntamento teatrale. Dal 14 al 18 ottobre, per cinque repliche, va in scena nel Salone d’Onore La casa in collina, una nuova produzione originale del Museo Bagatti Valsecchi ispirata all’omonimo romanzo di Cesare Pavese, che viene adattato per la prima volta per il teatro.

Lo spettacolo, con la regia di Mario Scandale, la drammaturgia di Giulia Bartolini e l’interpretazione di Noemi Apuzzo e Christian La Rosa, è il quinto spettacolo prodotto dal Museo e il secondo della stagione 2026. Realizzato con la supervisione scientifica di Fondazione Cesare Pavese, il progetto nasce da un percorso di ricerca sviluppato nell’ambito della 48ª edizione di AstiTeatro e rappresenta la prima collaborazione tra il Museo Bagatti Valsecchi e il festival dedicato alla ricerca teatrale contemporanea.

“Lasciami mezz’ora per vedere” è il filo conduttore dell’intera programmazione culturale 2026 del Museo Bagatti Valsecchi: un invito a rallentare lo sguardo, osservare con maggiore attenzione ciò che ci circonda e lasciarsi interrogare dall’arte. In questo orizzonte si inserisce La casa in collina, che restituisce al presente le domande e le inquietudini del romanzo di Cesare Pavese.

Ambientato nell’estate del 1943, la vicenda segue Corrado, professore torinese rifugiatosi sulle colline sopra il Po per sfuggire ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Qui ritrova Cate, un amore giovanile, e il figlio di Cate, Dino, di cui sospetta la paternità. Quando la guerra rende impossibile ogni forma di neutralità, Corrado è costretto a confrontarsi con il peso delle proprie responsabilità, verso il bambino, verso la storia e verso sé stesso. Attraverso questa vicenda, lo spettacolo pone una domanda che conserva tutta la sua urgenza: come reagisce un essere umano quando la guerra irrompe nella sua vita?

Se il Futurismo in quell’epoca celebrava la velocità e la modernità, questa opera teatrale restituisce invece il tempo sospeso dell’attesa, l’inazione e la difficoltà del vedere prima di scegliere. Corrado, il protagonista, osserva il mondo mentre tutto intorno precipita e cerca di comprendere da che parte stare: il suo sguardo, fragile e profondamente umano, diventa una riflessione sulla responsabilità individuale di fronte alla storia in relazione a chi eredita le conseguenze delle nostre scelte.

L’adattamento di Giulia Bartolini conserva il nucleo etico ed esistenziale del romanzo, traducendolo in una drammaturgia contemporanea a due personaggi. Al centro, Corrado e Cate: due modi opposti di attraversare la guerra e di misurarsi con ciò che accade intorno a loro. Mentre Cate sceglie progressivamente di prendere parte, Corrado osserva, comprende, dubita e cerca nella collina una distanza che possa proteggerlo dalla Storia. Ma con l’inasprirsi del conflitto, quella distanza diventa impossibile da mantenere. Attraverso dialoghi, ricordi e confessioni rivolte agli spettatori, la guerra entra così nella dimensione più intima dei personaggi, nei loro legami, nei desideri e nelle responsabilità individuali. Senza offrire risposte o giudizi, lo spettacolo interroga la distanza tra ciò che comprendiamo e ciò che siamo disposti a fare, restituendo al presente tutta la forza delle domande poste da Pavese.

“Questo adattamento teatrale de La casa in collina nasce da un’ipotesi – spiega il regista Mario Scandale – e se un Dino ragazzo, più grande, sopravvissuto al conflitto, incontrasse Corrado e gli ponesse una domanda: cosa deve fare un uomo quando arriva una guerra? Tutta la messa in scena è il tentativo di restare dentro quella domanda. Corrado parla al pubblico come se parlasse a un figlio, a chi viene dopo di lui e gli chiede conto delle sue scelte. È un dispositivo che mi riguarda da vicino. Sono quarantenne, e guerra non è per me una parola astratta, ma qualcosa che sento accadere; è nelle immagini, nelle notizie, nei corpi degli altri, ogni giorno, accanto a me. Corrado cerca per tutto il testo una distanza giusta da questa guerra, abbastanza vicino al fuoco da sentirne il calore, abbastanza lontano da non bruciarsi. Riconosco in questo lo stesso movimento, la stessa tentazione di restare a guardare. Non so se questa regia risponderà alla domanda di Dino. So che nasce da lì. Corrado non sa se è padre, e forse non vuole saperlo. Quella paternità desiderata e mai assunta fino in fondo mi sembra vicina a una condizione più larga, quella di chi fatica ad assumersi una responsabilità, culturale, intellettuale, fisica, verso chi viene dopo. Per la messa in scena ho scelto di affidare il senso del mio pensiero registico all’interpretazione degli attori, Christian La Rosa e Noemi Apuzzo. La messa in scena sarà essenziale, costruita sui gesti, sulla voce, sui corpi. Il Salone d’Onore del Museo Bagatti Valsecchi, con i suoi arredi e la sua memoria, sarà il contrappunto naturale a questa essenzialità. Con Giulia Bartolini portiamo avanti un lavoro che ci sta a cuore, misurarci con grandi romanzi e con la loro trasformazione in scrittura scenica, un esercizio che ogni volta ci costringe a interrogare di nuovo cosa significhi portare un testo in scena. Per me è la seconda produzione con il Museo Bagatti Valsecchi: un percorso che considero un grande arricchimento, un’occasione rara di libertà e sperimentazione.”

“La casa in collina non è un romanzo politico nel senso in cui spesso intendiamo questa parola: non indica una parte, non costruisce eroi, non dà risposte. È politico perché pone una domanda sulla responsabilità individuale: cosa facciamo quando la Storia ci chiede di prendere parte? Nell’adattamento abbiamo spostato questa domanda dal pensiero all’azione, per vedere cosa produce sui corpi e sulle relazioni, cosa accade agli altri quando scegliamo di agire o di sottrarci. Lo abbiamo fatto attraversando la lingua di Pavese, cercando di conservarne l’altezza, il ritmo e la capacità di tenere insieme il quotidiano e il pensiero, e portandola dentro il dialogo e l’azione scenica. Abbiamo cercato così di entrare nel presente senza rispondere a quella domanda, ma consegnandola intatta allo spettatore di oggi, ai figli di oggi: un testamento per noi e per chi verrà dopo di noi.” aggiunge la drammaturga Giulia Bartolini.

L’opera teatrale è nata da un percorso di residenza artistica ospitata lo scorso giugno nell’ambito della 48ª edizione di AstiTeatro. Un’esperienza creativa di cinque giorni, che prevedeva un’immersione nei luoghi pavesiani, attraverso una visita alla Casa Museo di Santo Stefano Belbo per poi proseguire con una visita agli spazi dell’Archivio Storico di Asti. La residenza ha rappresentato un momento di ricerca e sperimentazione dedicato al passaggio dalla parola alla scena, con particolare attenzione alla riscrittura del personaggio di Cate, restituita come una donna concreta e combattiva, al tempo stesso fragile e potente. La lettura scenica ha costituito una tappa fondamentale del processo creativo, offrendo agli artisti l’opportunità di confrontarsi con il pubblico e di affinare la drammaturgia in vista della produzione finale.

Più che una rilettura del romanzo, La casa in collina è una riflessione che guarda all’opera di Pavese come a un testamento: una domanda consegnata alle generazioni successive su cosa significhi restare umani quando la guerra entra nelle nostre vite e ci costringe a scegliere. In questo senso, la messa in scena trova nel Museo Bagatti Valsecchi un luogo naturale: uno spazio dedicato alla conservazione e alla trasmissione della memoria, dove l’arte diventa uno strumento per interrogarsi sul presente e sul nostro rapporto con ciò che scegliamo di custodire.

Attraverso la figura di Corrado, lo spettacolo interroga il nostro presente: che cosa significa oggi custodire ciò che riconosciamo come valore – la bellezza, la memoria, le tracce di ciò che siamo stati – dentro un tempo che sembra continuamente riscriverne il senso? È una domanda che il teatro, come ogni forma d’arte, non si limita a porre, ma rilancia nello spazio condiviso della scena, affidandola allo sguardo dello spettatore.

“Con La casa in collina il Museo Bagatti Valsecchi conferma il desiderio di utilizzare anche il linguaggio teatrale per raggiungere un pubblico sempre più ampio e diversificato” afferma Antonio D’Amico, Direttore del Museo Bagatti Valsecchi. “Immaginare il Museo come un luogo che produce contenuti culturali, pieni di messaggi che migliorano il nostro umore e ci arricchiscono, ci consente di custodire e regalare bellezza, offrendo a ciascuno un piccolo rifugio per l’anima in cui ritrovarsi e sentirsi a casa. La nostra sfida è quella di portare queste attività anche al di fuori delle nostre mura, per raggiungere pubblici fragili e fare in modo che la cultura sia beneficio di tutti. Un obiettivo che perseguiamo anche grazie al prezioso contributo di partner come Altemasi Trentodoc, Amaro Alpino e Valverde, che credono nel nostro progetto.”

XI EDIZIONE

Senigallia dal 16 al 18 ottobre diventa la capitale dell’Outsider Art ospitando l’XI edizione del Festival dell’Outsider Art e dell’Arte Irregolare dal tema Atelier d’arte: quali mondi?, un evento nazionale itinerante nato per valorizzare la creatività di artisti che operano al di fuori dei canali espositivi tradizionali e delle norme estetiche convenzionali.

Il Festival dell’Outsider Art e dell’Arte Irregolare nasce nel 2014 da un’idea del Comitato il Nobel per i Disabili, associazione voluta da Dario Fo e Franca Rame, e del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna. La sua prima edizione si è svolta nel 2016 presso la Libera Università di Alcatraz, il centro culturale fondato da Jacopo Fo e profondamente legato all’eredità artistica e civile dei suoi genitori.

L’obiettivo del Festival è mettere in discussione l’idea tradizionale di arte, mostrando che la creatività non dipende da formazione o riconoscimento istituzionale, ma può nascere ovunque. Inoltre ha un forte valore sociale, perché valorizza persone spesso escluse, trasformando l’arte in uno strumento di espressione e partecipazione. Per questo è sostenuto da una rete di atelier e collettivi storici che non sono semplici laboratori, ma veri centri di produzione culturale dove gli artisti vengono seguiti professionalmente. Luoghi fondamentali perché offrono agli artisti i materiali, lo spazio e, soprattutto, la legittimazione necessaria per passare da “pazienti” a “autori”.

L’XI edizione è organizzata e ospitata da Lapsus, un atelier di arteterapia che opera a Senigallia dal 2013 fondato e guidato dall’arte terapeuta Andrea Simonetti che ha deciso di scegliere come tema per l’edizione 2026 proprio Atelier d’arte: quali mondi?

L’atelier non è semplicemente uno studio d’artista, ma è uno spazio in cui la creatività prende forma, si costruiscono relazioni, si sperimentano linguaggi e si rende possibile l’espressione di ciascuno.

Nel panorama dell’Outsider Art e dell’Arte Irregolare gli atelier sono realtà molto diverse tra loro: alcuni nascono all’interno dei servizi di salute mentale, altri in associazioni culturali, cooperative sociali o spazi indipendenti. Cambiano i contesti, i metodi e le persone che li abitano, ma condividono un principio fondamentale: mettere l’autore al centro del processo creativo, rispettandone tempi, linguaggio e autonomia.

L’atelier è un luogo che si costruisce ogni giorno. Non esiste una formula unica per condurlo: c’è chi interviene con discrezione, chi propone percorsi condivisi, chi privilegia la totale libertà espressiva. Ogni esperienza sviluppa un proprio equilibrio tra ascolto, accompagnamento e sperimentazione. È proprio questa pluralità a rappresentarne il valore. Quindi con questa edizione il Festival sceglie di spostare lo sguardo dalle sole opere ai luoghi che le rendono possibili. Raccontare un atelier significa raccontare il processo creativo, il ruolo degli operatori, il rapporto tra arte e comunità, la costruzione dell’autorialità e il valore della relazione. Significa interrogarsi su come nasce un’opera, ma anche su come nasce un contesto capace di accoglierla.

Senigallia dal 16 al 18 ottobre 2026 diventerà dunque un grande atelier diffuso, costituto da un insieme di mostre, installazioni, laboratori, convegni e tavoli di lavoro che metteranno in dialogo atelier provenienti da tutta Italia, ciascuno con la propria storia e il proprio modo di intendere la pratica artistica. Il Festival diventa così un luogo di scambio tra esperienze differenti, in cui artisti, operatori, studiosi e cittadini possono incontrarsi, osservare, confrontarsi e costruire nuove relazioni.

Con l’apertura del festival inaugurerà una mostra a Palazzetto Baviera che sarà aperta fino al 15 novembre curata da un comitato nazionale e focalizzata sui lavori dei maggiori esponenti della corrente dell’Art Brut di livello nazionale ed internazionale. Si intitola Tum Tum Atelier a cura di Riccardo Bargellini, Chiara Borgaro e Gaetano Verde e, realizzata in occasione del centenario della nascita di Dario Fo, propone una riflessione sul ruolo degli atelier come luoghi di nascita della ricerca artistica, della sperimentazione e della relazione.

Il titolo richiama il battito evocato in Storia della tigre, una delle opere più rappresentative di Dario Fo: un ritmo primordiale che precede la parola e accompagna il gesto creativo. È proprio questo battito a diventare la metafora del fare artistico che anima gli atelier di Outsider Art, luoghi in cui il linguaggio prende forma attraverso segni, immagini, materiali e relazioni.

Il percorso espositivo si sviluppa in quattro sezioni, ispirate ad altrettanti aspetti centrali della ricerca di Dario Fo: ilgrammelot, come espressione di linguaggi non convenzionali; la satira, intesa come sguardo critico sulla realtà; la Comune, che richiama l’atelier come spazio di creazione condivisa e di costruzione collettiva; e infine la poliedricità dell’artista, capace di attraversare discipline, tecniche e forme espressive differenti.

Più che un omaggio celebrativo, la mostra mette in dialogo l’eredità culturale di Dario Fo con le pratiche dell’Outsider Art contemporanea, evidenziando come temi quali la libertà espressiva, la sperimentazione, il lavoro collettivo e la ricerca di linguaggi personali continuino a rappresentare elementi fondanti dell’esperienza degli atelier. Attraverso opere provenienti da atelier italiani, il progetto curatoriale invita il pubblico a guardare oltre il risultato finale, restituendo valore ai processi creativi, ai contesti di produzione e alle relazioni che rendono possibile la nascita di ogni opera.

Oltre alla mostra il programma del festival sarà arricchito da una serie di attività, tra cui workshop per le scuole secondarie di secondo grado, condotti dagli arteterapeuti Andrea Simonetti, presidente dell’Associazione Lapsus e Veronica Cavalloni e un convegno a tema Atelier e Outsider Art. Tra storia e scenari contemporanei a cura di Tea Taramino e Giorgio Bedoni, con il coordinamento di Roberto Boccalon e la partecipazione di relatori di rilievo nazionale e internazionale, tra cui Heike Roegler e Sabine Lessmann. Sarà uno spazio di confronto tra ricerca, pratica e progettazione culturale, per aprire un dialogo sul significato dell’atelier oggi, mettendo in relazione esperienze, approcci e visioni differenti e contribuendo a costruire una rete sempre più ampia tra gli operatori del settore.

Il Festival dell’Outsider Art e dell’Arte Irregolare vuole creare un dibattito sul tema dell’atelier, perchè parlare di atelier significa, in fondo, parlare di comunità, di luoghi in cui l’arte non è soltanto un risultato da esporre, ma un processo da vivere e condividere. Ed è proprio in questi spazi che l’Outsider Art e l’Arte Irregolare continuano a crescere, trasformando non solo chi crea, ma anche chi guarda.

DAL MONDO

La moda internazionale si prepara a voltare pagina e, dalle passerelle di Parigi, arriva un messaggio piuttosto chiaro: per la primavera-estate 2027 il guardaroba torna a essere più femminile, fluido e, soprattutto, pensato per la vita reale. Dopo mesi segnati da sperimentazioni e cambi ai vertici delle grandi maison, le collezioni cercano un nuovo equilibrio tra desiderabilità e portabilità.

Uno dei temi più evidenti è il ritorno delle gonne e delle silhouette sensuali. Tessuti leggeri, trasparenze, lingerie reinterpretata e abiti fluidi hanno attraversato diverse passerelle, mentre anche le calzature conquistano un ruolo sempre più importante: la scarpa diventa un vero oggetto del desiderio, capace di dare carattere anche al look più semplice.

A sorprendere è però anche il rapporto della moda con il clima. Le temperature sempre più alte stanno mettendo in discussione il tradizionale calendario stagionale: durante la Paris Fashion Week il caldo anomalo ha spinto designer e pubblico verso tessuti più freschi e capi facilmente adattabili. Louis Vuitton, per esempio, ha presentato una collezione caratterizzata da seta, chiffon e silhouette leggere, quasi una risposta diretta alla trasformazione del clima.

Sul fronte autunno-inverno 2026, invece, continua la voglia di contrasti: proporzioni importanti accanto a capi aderenti, sartorialità e dettagli romantici, colori intensi e texture ricche. Il risultato è una moda meno minimalista rispetto alle stagioni precedenti, ma ancora attenta alla possibilità di costruire un guardaroba personale e versatile.

La sensazione, dunque, è quella di una moda che vuole nuovamente emozionare, senza rinunciare alla concretezza. Tra innovazione, nostalgia e attenzione ai cambiamenti della società, le maison sembrano cercare non tanto il “nuovo a tutti i costi”, quanto un nuovo modo di raccontare il presente.

PROMESSE

I giovani talenti dell’atletica lombarda si ritrovano a Palazzo Lombardia per crescere dentro e fuori dalla pista. Ha preso il via oggi l’edizione 2026 del ‘Progetto Talento’, il programma promosso da Fidal Lombardia e sostenuto da Regione per accompagnare le promesse dell’atletica attraverso un ciclo di incontri formativi. Al primo appuntamento ha partecipato il sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia con delega a Sport e Giovani, Federica Picchi.

L’edizione 2026 coinvolge 106 atleti di età compresa tra i 15 e i 22 anni appartenenti a 42 società lombarde, il numero più alto mai raggiunto dal progetto. La selezione tiene conto dei risultati ottenuti nei campionati italiani, delle posizioni nelle graduatorie nazionali, delle convocazioni in azzurro e di altri criteri tecnici stabiliti dal regolamento.

TRITTICO

“La Tre Valli Varesine ha regalato ancora una volta grande spettacolo agli appassionati di tutto il mondo. Una corsa entusiasmante, caratterizzata da grandi interpreti e il consueto pubblico numeroso e caloroso a bordo strada. Una splendida festa per il ciclismo e una formidabile vetrina internazionale per il nostro territorio”. Lo ha detto il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, partecipando alle premiazioni della 105esima edizione della Tre Valli Varesine (Busto Arsizio – Varese), vinta dal giovane talento belga Jarno Widar che in una volata ristretta, sul traguardo di via Sacco, ha preceduto l’inglese Tom Pidcock e lo statunitense Matteo Jorgenson. Mentre la gara femminile ha visto prevalere Eleonora Gasparrini sulla canadese Sarah Van Dam e sulla svizzera Noemi Rüegg.

“Mi complimento con i vincitori – ha proseguito Fontana – e con tutti i corridori che hanno animato le gare. Ringrazio gli organizzatori della Società Ciclistica Alfredo Binda con Renzo Oldani, i volontari, le Forze dell’ordine e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo grande evento. La Tre Valli Varesine è una corsa che appartiene alla storia mondiale delle due ruote ed è parte integrante della nostra cultura popolare. Per noi lombardi, in particolare per noi della provincia di Varese, il ciclismo è più di uno sport, è qualcosa che attiene anche alla nostra identità territoriale”.

Alla premiazione ha partecipato anche l’assessore regionale alla Cultura, Francesca Caruso: “La Tre Valli Varesine è molto più di una competizione ciclistica: è un patrimonio sportivo e culturale profondamente radicato nella storia e nell’identità del nostro territorio. Il ciclismo nasce dalla passione popolare, dalle strade e dalle comunità, ma è diventato oggi uno degli sport più seguiti a livello internazionale. Manifestazioni come questa – ha affermato Caruso – valorizzano le nostre eccellenze e trasmettono ai giovani i valori dello sport: impegno, sacrificio, rispetto e determinazione. Un ringraziamento speciale alla Società Ciclistica Alfredo Binda e al patron Renzo Oldani, per la dedizione con cui mantengono viva e fanno crescere una tradizione prestigiosa. Un plauso anche alla competizione femminile, che conquista ogni anno maggiore spazio e visibilità, dando risalto al talento delle atlete e contribuendo a un ciclismo sempre più inclusivo”.

Con la Tre Valli Varesine si è chiuso il ‘Trittico Regione Lombardia’, l’evento che riunisce tre storiche competizioni ciclistiche del calendario italiano: la Coppa Agostoni che si è disputata domenica e la Coppa Bernocchi andata in scena ieri a Legnano. Il Trittico se l’è aggiudicato il francese Paul Lapeira, trionfatore sulle strade brianzole dell’Agostoni.

MECENATISMO

Un secolo di donazioni e acquisti che hanno arricchito il patrimonio culturale di Brera. Lo racconta la mostra ‘Cento anni per Brera. Acquisti e doni degli Amici’, aperta al pubblico da domani, mercoledì 7 ottobre, al 14 febbraio 2027 con un percorso che coinvolge la Pinacoteca e Palazzo Citterio.

Alla conferenza stampa di presentazione è intervenuta l’assessore regionale alla Cultura Francesca Caruso. Presenti anche il direttore generale della ‘Grande Brera’, Angelo Crespi, il presidente dell’Associazione ‘Gli Amici di Brera’, Carlo Orsi, e l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Tommaso Sacchi.

‘Gli ‘Amici di Brera’ – ha sottolineato Caruso – hanno contribuito alla crescita del museo con donazioni, acquisizioni e sostegno alla ricerca, dando alla passione per l’arte una funzione pubblica. Questa mostra riconosce il loro lavoro e racconta un legame con la città che è motivo di orgoglio per Milano e per tutta la Lombardia. Il centenario è anche un’occasione per coinvolgere nuovi sostenitori, soprattutto tra i giovani, nella vita di Brera. Dietro molte opere che oggi tutti possono ammirare c’è la scelta di cittadini e collezionisti di metterle a disposizione della collettività. È il valore del mecenatismo al servizio di tutti”.

Curata da Alessandro Morandotti, Francesco Lorenzo Colombo e Valentina Ferrari, la mostra presenta opere normalmente non esposte, fotografie storiche, documenti e testimonianze a stampa che ricostruiscono la storia dell’Associazione dal 1926 a oggi. Nelle sale della Pinacoteca e di Palazzo Citterio apposite didascalie identificano inoltre i capolavori acquisiti grazie agli ‘Amici di Brera’ e ne raccontano l’ingresso nelle collezioni.

Durante la conferenza stampa sono stati presentati anche i prossimi appuntamenti dell’associazione. Entro la fine dell’anno, riproduzioni dei capolavori della Pinacoteca e di Palazzo Citterio saranno portate nella nuova palazzina ambulatoriale dell’Istituto Neurologico Carlo Besta, con l’obiettivo di rendere più accoglienti gli spazi di cura e far conoscere il patrimonio di Brera anche fuori delle sedi museali.

“Un’iniziativa – ha commentato l’assessore – che traduce l’idea di portare l’arte non solo nei musei e nei luoghi tradizionali della cultura, ma anche negli spazi ‘insoliti’ rendendola a disposizione di tutti e creando dialoghi inediti tra arte e cura”.

“Il welfare culturale – ha concluso – è uno degli aspetti su cui, come Regione, stiamo lavorando con impegno attraverso iniziative concrete e mirate. Perché anche la cultura può essere una forma di cura”.

ESPOLORAZIONI

Galleria Gracis continua il suo percorso di esposizioni dedicate ai grandi maestri del Novecento italiano scegliendo per l’autunno 2026 di esplorare le figure di due artisti che, ognuno nel suo ambito d’indagine, possono essere considerati dei veri e propri avanguardisti. Atanasio Soldati, artista parmigiano maestro dell’astrattismo italiano del secondo Dopoguerra, viene messo in dialogo con gli scatti di Franco Fontana, fotografo modenese tra i nomi più importanti in Italia negli ultimi decenni le cui opere si contraddistinguono per l’uso del colore e l’equilibrio della composizione.

Atanasio Soldati – Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930 – 2017 è la mostra, realizzata in collaborazione con la Galleria Photo & Contemporary di Torino, che dal 7 ottobre al 23 dicembre 2026 vuole creare un dialogo tra due ricerche artistiche che, pur appartenendo a linguaggi differenti, condividono una profonda affinità visiva e concettuale. Attraverso il confronto tra immagini, forme e superfici, il progetto intende mettere in evidenza assonanze formali, ritmi cromatici e tensioni compositive che conducono verso una dimensione di astrazione, dove il colore e la costruzione dello spazio diventano elementi centrali della percezione.

Franco Fontana, scomparso il 29 agosto 2026, nasce a Modena nel 1933 e, avvicinatosi alla fotografia da autodidatta, trasforma ben presto una passione amatoriale in una ricerca professionale che lo porterà a diventare uno dei più autorevoli fotografi italiani sulla scena internazionale.

Fin dagli anni Sessanta sviluppa un linguaggio del tutto personale, rivoluzionando il ruolo del colore nella fotografia: non più semplice elemento descrittivo, ma autentica struttura compositiva dell’immagine. Attraverso campiture cromatiche nette, linee essenziali e rigorose geometrie, Fontana interpreta paesaggi e architetture come costruzioni visive autonome, sospese tra realtà e percezione. Come egli stesso afferma: “Scattare è questione di pensiero. Bisogna fotografare quello che si sente, non quello che si vede […] le immagini sono un’emanazione del fotografo, traducono in un linguaggio universalmente comprensibile la sua interpretazione del mondo. Attraverso il suo sguardo, il fotografo rende visibile l’invisibile; ed è allora che la fotografia diventa invenzione” (Franco Fontana, Francesca Parravicini, Fotografia Creativa, Mondadori, Milano, 2016).

I suoi scatti danno vita a spazi permeati da una dimensione di sospensione temporale che supera il limite tradizionale del medium fotografico e non è più registrazione del mondo visibile, ma diventa una visione autonoma, rarefatta e contemplativa dove il colore è il protagonista e non un mezzo.

È proprio questa concezione dell’immagine, intesa come rilettura del reale e non come sua semplice registrazione, a trovare un profondo punto di contatto con la ricerca pittorica di Atanasio Soldati, accomunata dalla medesima tensione verso una sintesi formale, affidata al colore e al rigore delle linee geometriche quali strumenti di costruzione dell’immagine.

Soldati nasce a Parma nel 1896 e scompare nel 1953, si forma come architetto prima di dedicarsi interamente alla pittura e con la sua ricerca artistica ha contribuito alla definizione del linguaggio astratto in Italia: nelle sue opere, Soldati ricostruisce uno spazio mentale, sospeso, enigmatico, atemporale, dove la città e i paesaggi diventano strutture di rapporti formali e volumetrici, nei quali è chiaro il rimando metafisico che fa percepire il silenzio e la sospensione di questi non luoghi. Un’attenzione costante è data al colore, protagonista delle tele, steso a tinte piatte e caratterizzato da toni sgargianti, con contrasti sempre calibrati e saturi in nitide definizioni delle campiture. Nel 1935, scrivendo per il Bollettino della Galleria Il Milione, così descriveva la sua poetica: “I tempi iniziali di tutte le arti sono i più ricchi di poesia, perché la poesia è fatta di primitività e non di esperienza. La pittura astratta (anche se l’aggettivo può non essere adatto) ama l’analisi, l’ordine, gli armoniosi rapporti di geometria, la chiarezza, come è di ogni opera d’arte, di qualunque tempo, dal Partenone a Piero della Francesca. Ogni linea come ogni forma è un miracolo. Mistero dell’arte. Le linee amano lo spazio, creano ritmi, logicamente funzioni. […]”.

Accostando le opere di questi due artisti è semplice tracciare un parallelismo tra le composizioni studiate su linee ritmate, piani sovrapposti, geometrie costruite dalla luce e dal colore, sempre acceso e vibrante. Il paesaggio e la città diventano per entrambi elementi da reinterpretare soggettivamente attraverso il colore, la luce, e i volumi, e così la realtà che non viene documentata ma interpretata; sia l’artista che il fotografo rivendicano nelle loro opere la libertà interpretativa di analizzare il reale.

Nella mostra di Galleria Gracis i paesaggi urbani di Fontana sono accostati alle tele di Soldati, creando armonia tra i ritmi verticali e orizzontali dei due artisti e avvicinando opere che condividono assonanze cromatiche e di inquadratura. Il visibile è rianalizzato secondo schemi nuovi, l’armonia di un oggetto o di un paesaggio diventa oggetto di meditazione e semplificazione formale.

Il percorso espositivo si completa con un focus dedicato ai paesaggi naturali di Franco Fontana, che offre uno sguardo su un ulteriore capitolo della sua ricerca e ne restituisce la straordinaria coerenza del linguaggio, dove anche la natura diviene occasione di una visione essenziale e profondamente personale.

Atanasio Soldati – Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930 – 2017  si configura così come un’indagine sullo sguardo, in cui pittura e fotografia concorrono a ridefinire i confini della percezione del reale.

La programmazione espositiva di Galleria Gracis prosegue a febbraio 2027 con una mostra sul contemporaneo, una personale dell’artista Giulia Marchi che sta sviluppando un progetto site specific.