DESIGN WEEK

In occasione di Milano Design Week 2026, Gilda&Co, spazio milanese dedicato al design italiano, ospita SPLENDIDO SPLENDENTE Gli oggetti metallici si riflettono, una mostra dove i protagonisti sono il metallo cromato e argentato, l’acciaio inox e la ceramica smaltata utilizzati in oggetti di design che hanno segnato la seconda metà del XX secolo, progettati da autori quali Albini, Alessi, Azucena, Casé, Londi, Mangiarotti, Mari, Munari, Sabattini, Vigo e tanti altri.

Gilda&Co è uno spazio che nasce nel 2024 dalla esperienza di Daniele Lorenzon e di Compasso, showroom milanese di 800 mq che da oltre 20 anni esplora il meglio del design del ‘900. Attingendo dunque da questo ricco archivio, la galleria vuole proporre storie, visioni e prospettive nuove del design italiano attraverso mostre temporanee, esponendo non solo di oggetti di design, ma anche opere d’arte, documenti e fotografie e coinvolgendo guests curators, critici, designer, artisti e creativi di tutto il mondo.

In occasione della Milano Design Week 2026, Gilda&Co ospita la mostra SPLENDIDO SPLENDENTE Gli oggetti metallici si riflettono, un richiamo alla luce o meglio a quella luminosità riflessa che certi materiali come il cromo, l’acciaio, l’argento o il vetro specchiato, producono e che trasmettono agli oggetti a cui danno vita. Lampade, arredi, complementi e oggettistica raccontano un gioco di rimandi sul filo del mono materico che vuole essere un omaggio a quell’idea originaria che ha portato la luce negli interni moderni.

Dai tempi della scoperta dei metalli ad oggi, gli oggetti più inestimabili hanno sempre avuto un forte legame con la luce: un’oggetto di pregio, come un gioiello, ha come sua caratteristica principale quella di splendere, grazie alla sapienza della mente e delle mani dell’uomo che l’ha creato e ai metalli preziosi di cui è composto che, come si suol dire, brillano di luce propria.

Così i materiali dei pezzi esposti in mostra, come sottolinea Manolo De Giorgi, nelle loro varie declinazioni e grazie alle loro diverse composizioni e dosaggi chimici, producono una sorta di fosforescenza anche in assenza di luce o con poca luce, che ha effetti di emissione luminosa non indifferenti.

Alessandro Pedretti racconta l’allestimento dove la vicinanza tra l’alpacca satinata di un vassoio di Bruno Munari e l’acciaio inossidabile lucidato di un porta foglietti di Enzo Mari, tra un metallo argentato di un candeliere di Lino Sabattini ed un portacenere in acciaio cromato di Ico Parisi crea tra loro delle rifrazioni, pronte a cambiare e a scambiarsi nel corso della giornata, come si trattasse di un dimmer naturale che illumina la galleria.

Gilda&Co con la mostra SPLENDIDO SPLENDENTE Gli oggetti metallici si riflettono apre le sue porte ad un fantastico mondo di lucentezze e splendori metallici, che attingono dal passato con uno slancio verso la modernità.

FRAGILE

In occasione della Milano Design Week 2026, FRAGILE, storica galleria di design del Novecento, presenta la mostra Property of Sergio Asti. A Design Heritage.

L’esposizione ripercorre la straordinaria vastità e varietà dell’attività progettuale di Sergio Asti, architetto e designer tra i protagonisti del panorama milanese del secondo Novecento. Per l’occasione sarà pubblicato un volume monografico dedicato all’autore, edito da Silvana Editoriale.

Dal 14 aprile al 29 maggio 2026, FRAGILE, galleria guidata da Alessandro Padoan e Alessandro Palmaghini, punto di riferimento per il design storico e il collezionismo, presenta nel suo spazio espositivo in via Simone D’Orsenigo, 27, la mostra Property of Sergio Asti. A Design Heritage. 

Con questa rassegna, così come con le recenti “ANNI LUCE. ARREDOLUCE. 100 LAMPADE” (MDW 2024), dedicata al marchio storico di illuminazione Arredoluce, e “HANDLE WITH CARE. CARLO NASON GLASS DESIGNER” (MDW 2025), monografica sul più prolifico creatore di progetti legati alla luce a Murano nel dopoguerra, FRAGILE prosegue nella ricerca di importanti autori che, pur avendo plasmato il gusto e l’immaginario comune dell’arredare, non hanno ancora trovato la giusta consacrazione.

Property of Sergio Asti. A Design Heritage racconta della riscoperta di un nome già riconosciuto nel mondo del design storico, autore di vere pietre miliari. La lampada Profiterolle per Martinelli del 1968, il vaso Marco per Salviati (vincitore del Compasso d’Oro nel 1962), il tavolo Trifoglio per Poltronova del 1969, i vasi della serie Sixties per Vistosi e il vaso Demodé per Venini, sono solo alcuni esempi di uno straordinario mondo di oggetti figli di un progettista “totale”, esposti in mostra da FRAGILE. Asti infatti vanta un portfolio tra i più vasti riscontrabili nel suo “mestiere”, dai servizi per la tavola all’illuminazione, dall’automotive agli elettrodomestici, dagli allestimenti fieristici ai palazzi, dai rivestimenti ceramici agli arredi di ogni genere, dai sanitari ai gioielli. Sergio Asti si inserisce a pieno titolo nel fervido panorama culturale milanese del suo tempo, legato tra gli altri a Ettore Sottsass, che gli dedica spesso pubblici attestati di stima, e svincolato da precise connotazioni stilistiche, che anzi percorre e sperimenta con successo grazie a un metodo di lavoro quasi ossessivo che pone la ricerca della qualità, progettuale ed esecutiva, come focus.

Il titolo della mostra si rifà a una vecchia iscrizione -Property of Sergio Asti – reperita sotto un tavolino da lui disegnato, non si sa se di sua effettiva proprietà. Un dettaglio che ben sintetizza l’idea di un mondo di “cose” originate da una precisa e “personale” filosofia progettuale, che FRAGILE ha il piacere di condividere e valorizzare oggi restituendo a Sergio Asti – e in futuro anche ad altri grandi autori – la centralità che merita nel racconto del design del Novecento.

Nato a Milano nel 1926 e laureatosi al Politecnico, inizia la sua carriera alla fine degli anni ’50 dapprima in collaborazione con Sergio Favre. Continua poi incessantemente a progettare, alterna un prolifico ed instancabile lavoro di architetto e designer, in Italia e all’estero (in Giappone in particolare insegna e disegna per aziende locali), è membro e fondatore dell’ADI, professore al Politecnico di Milano, conferenziere e membro di giurie internazionali, vincitore di numerosi premi e riconoscimenti. Tra le aziende per cui disegna ci sono Artemide, Arteluce, Acerbis, Alessi, Poltronova, Martinelli Luce, Olivari, Salviati, Venini, Cassina, Knoll, Flexform, Gabbianelli, Alfa Romeo, De Vecchi, Candle, Kartell, Vistosi, Bilumen, Raak, Nason e Moretti.

FRAGILE accompagnerà come di consueto la mostra con una pubblicazione, in questo caso una monografia sul designer, edita da Silvana Editoriale. Oltre agli autori del volume, Rosa Chiesa e Alessandro Zannoni, fondamentali per il lavoro di ricerca e catalogazione sono stati Alba Cappellieri, Ordinario di Design al Politecnico di Milano, nonché l’ASAC (Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale Di Venezia) dove è custodito l’enorme fondo dell’architetto.

FRAGILE

In occasione della Milano Design Week 2026, FRAGILE, storica galleria di design del Novecento, presenta la mostra Property of Sergio Asti. A Design Heritage.

L’esposizione ripercorre la straordinaria vastità e varietà dell’attività progettuale di Sergio Asti, architetto e designer tra i protagonisti del panorama milanese del secondo Novecento. Per l’occasione sarà pubblicato un volume monografico dedicato all’autore, edito da Silvana Editoriale.

Dal 14 aprile al 29 maggio 2026, FRAGILE, galleria guidata da Alessandro Padoan e Alessandro Palmaghini, punto di riferimento per il design storico e il collezionismo, presenta nel suo spazio espositivo in via Simone D’Orsenigo, 27, la mostra Property of Sergio Asti. A Design Heritage. 

Con questa rassegna, così come con le recenti “ANNI LUCE. ARREDOLUCE. 100 LAMPADE” (MDW 2024), dedicata al marchio storico di illuminazione Arredoluce, e “HANDLE WITH CARE. CARLO NASON GLASS DESIGNER” (MDW 2025), monografica sul più prolifico creatore di progetti legati alla luce a Murano nel dopoguerra, FRAGILE prosegue nella ricerca di importanti autori che, pur avendo plasmato il gusto e l’immaginario comune dell’arredare, non hanno ancora trovato la giusta consacrazione.

Property of Sergio Asti. A Design Heritage racconta della riscoperta di un nome già riconosciuto nel mondo del design storico, autore di vere pietre miliari. La lampada Profiterolle per Martinelli del 1968, il vaso Marco per Salviati (vincitore del Compasso d’Oro nel 1962), il tavolo Trifoglio per Poltronova del 1969, i vasi della serie Sixties per Vistosi e il vaso Demodé per Venini, sono solo alcuni esempi di uno straordinario mondo di oggetti figli di un progettista “totale”, esposti in mostra da FRAGILE. Asti infatti vanta un portfolio tra i più vasti riscontrabili nel suo “mestiere”, dai servizi per la tavola all’illuminazione, dall’automotive agli elettrodomestici, dagli allestimenti fieristici ai palazzi, dai rivestimenti ceramici agli arredi di ogni genere, dai sanitari ai gioielli. Sergio Asti si inserisce a pieno titolo nel fervido panorama culturale milanese del suo tempo, legato tra gli altri a Ettore Sottsass, che gli dedica spesso pubblici attestati di stima, e svincolato da precise connotazioni stilistiche, che anzi percorre e sperimenta con successo grazie a un metodo di lavoro quasi ossessivo che pone la ricerca della qualità, progettuale ed esecutiva, come focus.

Il titolo della mostra si rifà a una vecchia iscrizione -Property of Sergio Asti – reperita sotto un tavolino da lui disegnato, non si sa se di sua effettiva proprietà. Un dettaglio che ben sintetizza l’idea di un mondo di “cose” originate da una precisa e “personale” filosofia progettuale, che FRAGILE ha il piacere di condividere e valorizzare oggi restituendo a Sergio Asti – e in futuro anche ad altri grandi autori – la centralità che merita nel racconto del design del Novecento.

Nato a Milano nel 1926 e laureatosi al Politecnico, inizia la sua carriera alla fine degli anni ’50 dapprima in collaborazione con Sergio Favre. Continua poi incessantemente a progettare, alterna un prolifico ed instancabile lavoro di architetto e designer, in Italia e all’estero (in Giappone in particolare insegna e disegna per aziende locali), è membro e fondatore dell’ADI, professore al Politecnico di Milano, conferenziere e membro di giurie internazionali, vincitore di numerosi premi e riconoscimenti. Tra le aziende per cui disegna ci sono Artemide, Arteluce, Acerbis, Alessi, Poltronova, Martinelli Luce, Olivari, Salviati, Venini, Cassina, Knoll, Flexform, Gabbianelli, Alfa Romeo, De Vecchi, Candle, Kartell, Vistosi, Bilumen, Raak, Nason e Moretti.

FRAGILE accompagnerà come di consueto la mostra con una pubblicazione, in questo caso una monografia sul designer, edita da Silvana Editoriale. Oltre agli autori del volume, Rosa Chiesa e Alessandro Zannoni, fondamentali per il lavoro di ricerca e catalogazione sono stati Alba Cappellieri, Ordinario di Design al Politecnico di Milano, nonché l’ASAC (Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale Di Venezia) dove è custodito l’enorme fondo dell’architetto.

AL MUSEO

Dopo il successo dello scorso anno tornerà con una nuova data il 10 aprile, lo spettacolo Come Fuoco, daNarciso e Boccadoro di Herman Hesse, diretto da Mario Scandale. Il 13 maggio debutta una nuova produzione teatrale del Museo Persempremai il 13 maggio,con Nika Perrone e la regia diMichele di Mauro. Una mezz’ora di coscienza viva: una donna attraversa epoche, miti e memorie. È Orfeo e Euridice, Maria e la Maddalena, Teresa d’Avila e Frida Kahlo, Amy Winehouse e la Signora delle Camelie: un coro di “She” che chiede di vedere e farsi vedere. I costumi ispirati a Fortunato Depero evocano un corpo futurista, meccanico e sensuale, in dialogo con le forme rinascimentali del Museo Bagatti Valsecchi. Un rito laico che trasforma il Museo – per cui lo spettacolo è appositamente studiato e realizzato – in organismo vivo, dove l’arte diventa esperienza incarnata.

WILD BY DESIGN

Loffredo Foundation for Arts & Inclusion presenta la mostra Wild by Design dell’artista contemporaneo Marco Grasso, in programma dal 1° al 13 aprile 2026 negli spazi espositivi dell’ADI Design Museum di Milano. Un dialogo semplice ma rivoluzionario tra natura e design, per dimostrare che sono due facce di una stessa ricerca, incessante e bellissima, di soluzioni che possano unire funzionalità, sostenibilità e bellezza.

Wild by Design è la nuova mostra del giovane artista Marco Grasso, classe 2000, a cura di Elena Di Raddo, ospitata dal 1° al 13 aprile 2026 all’ADI Design Museum e realizzata grazie al sostegno della Loffredo Foundation for Arts & Inclusion, realtà che supporta giovani artisti emergenti e non solo, nella formazione e nella loro crescita professionale, per valorizzarne il talento e generare attraverso l’arte un impatto reale, culturale e sociale. Lo fa attraverso Iconic Art System, un ecosistema culturale integrato, fisico e virtuale insieme, dove il dialogo tra pubblico, collezionisti e professionisti dell’arte diventa parte integrante del processo culturale.

Marco Grasso è un pittore specializzato in wildlife art, ossiadipinge ritratti in olio su tela di animali colti inatteggiamenti o situazioni che fanno emergere le loro peculiarità fisiche e caratteriali. I soggetti sono colti in tutta la loro magnificenza e unicità attraverso lo strumento pittorico, analizzati nei minimi dettagli con uno sguardo fotografico.

L’artista racconta: “Quando ero bambino, andavo con mio fratello Nicolò nei boschi del Piemonte all’alba. Ci dicevamo sempre: ‘Guarda come vola quel gufo – non fa rumore.’ Anni dopo, ho scoperto che gli ingegneri della Siemens hanno passato mesi a studiare esattamente quelle piume, quelle micro-dentellature sui bordi delle ali che frantumano il flusso d’aria. Oggi, le pale eoliche più silenziose del mondo replicano quella stessa geometria”.

Da questa intuizione ha preso forma l’idea della mostra e quella di ambientarla proprio all’ADI Design Museum, istituzione milanese che diffonde la cultura del design a livello nazionale e internazionale attraverso la produzione di mostre temporanee e la custodia e mostra permanente della collezione storica del premio Compasso d’Oro, “bene di eccezionale interesse artistico e storico” riconosciuto dal Ministero della Cultura dal 2004. Sì, perché la natura può essere considerata la prima designer della storia e probabilmente la più geniale. Con Wild by Design si vuole scardinare infatti la distinzione che vede la Natura, forza ancestrale e incontaminata, contrapposta al Design, espressione dell’artificio e della volontà umana. La natura non è l’antitesi del progetto, ma il suo primo, più geniale e instancabile autore. Gli animali, dunque, come quelli che popolano le tele di Marco Grasso, sono dei prototipi perfetti, non solo soggetti estetici ma soluzioni viventi a problemi complessi e quindi con una loro funzione intrinseca.

Anche il concetto di sostenibilità assume un’accezione più ampia in questo contesto: non è un’opzione etica moderna, ma è il principio fondativo della vita stessa. L’evoluzione è un’economia circolare perfetta in cui ogni animale è di per sé sostenibile al 100% non perché è buono o etico, ma perché altrimenti non esisterebbe.

Il percorso espositivo prende il via al piano terra del Museo con un’installazione digitale a cura di Parallelia AI Creative Studio, che mostra proprio come natura animale e oggetti di design sono una l’origine dell’altro.

La mostra si divide in quattro sezioni, la prima dedicata al mimetismo strutturale e cinetico. L’opera Flight, ad esempio, raffigura un martin pescatore, esemplare noto per il suo becco affusolato, che gli permette di tuffarsi in acqua ad alta velocità. Questo volatile ispirò l’ingegnere e appassionato birdwatcher Eiji Nakatsu per il miglioramento del celebre treno Shinkansen, detto il treno proiettile giapponese, che ridisegnò il muso del veicolo secondo la forma del becco dell’uccello, risolvendo così problematiche relative alla rumorosità, al consumo e alla velocità e diventando un esempio internazionale di efficienza aerodinamica.

La seconda sezione riflette sulla guerra ottica e alla brand identity, mostrando come la natura utilizzi pattern non come decori, ma come sistemi di comunicazione e protezione. Come la coppia di zebre in Love in Black and White, e il leone ruggente in Born of Fire, specie in cui il disorientamento delle strisce o l’armatura psicologica della criniera creano un’illusione ottica.

Matematica della natura e sostenibilità è il tema della terza parte in cui le opere di Grasso vengono associale all’idea che la bellezza naturale risponde a precise leggi matematiche studiate e applicate dai designer. Infine la quarta sezione è dedicata all’integrazione funzionale e al futuro, l’ultimo livello dell’approccio biomimetico dove la forma abita la funzione stessa, come nell’opera Grace che ritrae un cigno dal collo sinuoso.

Marco Grasso con la sua arte e con questi ritratti, non ci sta solo mostrando animali bellissimi, ma ci sta offrendo nuove chiavi di lettura. Ogni pennellata cattura non solo la forma, ma la funzione. Non solo l’aspetto, ma il principio. È arte che diventa conoscenza. È conoscenza primordiale che diventa atto creativo. Le sue tele non vanno guardate solo con gli occhi dell’amante dell’arte, ma anche con gli occhi del designer, dell’ingegnere, del curioso.

MACERIE

Il Centro Pastorale di Milano e il Dipartimento di Storia dell’Arte dell’Università Cattolica del Sacro Cuore anche per il 2026 presentano il progetto Itinerari Arte e Spiritualità che, come ogni anno, dà vita a una mostra di arte contemporanea all’interno degli spazi accademici.

Macerie. Ciò che resta, ciò che nasce è il titolo dell’esposizione collettiva che, a partire dal 10 marzo, coinvolge le sedi dell’Ateneo di Milano, Cremona, Piacenza, Brescia e Roma, con i lavori di 14 artisti contemporanei. L’inaugurazione si terrà nella sede di Milano il 10 marzo 2026, dove l’esposizione sarà visibile fino al 10 aprile.

Nato nel 2005, il progetto Itinerari di Arte e Spiritualità individua ogni anno tematiche capaci di generare nuove riflessioni sulla realtà contemporanea da indagare attraverso lo sguardo dell’arte. Dal 2017 i curatori sono gli studenti dell’Ateneo, in collaborazione con il Centro pastorale, coordinato da Padre Enzo Viscardi, e il dipartimento di Storia, Archeologia e Storia dell’Arte insieme alle professoresse Elena Di Raddo, Michela Valotti e Mariacristina Maccarinelli.

Quest’anno i curatori-studenti hanno scelto di confrontarsi con un tema di estrema attualità e profondità: le conseguenze della guerra.

L’ispirazione nasce dalla poesia di Giuseppe Ungaretti San Martino del Carso in cui il poeta di fronte alla devastazione del conflitto scrive: “Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro”. Un verso che non racconta soltanto la distruzione materiale, ma anche la ferita interiore lasciata dalla guerra.

Macerie. Ciò che resta, ciò che nasce si concentra proprio su questo spazio fragile e silenzioso che segue la fine di un conflitto: non il fragore delle armi, ma ciò che accade dopo, quando il rumore si spegne e rimangono le tracce, le assenze, le cicatrici. In un tempo che non ammette soste, la mostra invita a fermarsi su ciò che solitamente viene dimenticato: non l’inizio della guerra, ma la sua eco lunga e inesorabile.

Le macerie non sono soltanto edifici crollati, ma anche rovine interiori,segni che abitano chi è stato costretto a convivere con scelte non proprie. Attraverso l’arte, il dolore si trasforma in memoria, la violenza in pensiero e la distruzione in creazione. La mostra si muove così sul sottile confine tra le ferite e la possibilità di trasformarle, creando consapevolezza.

“Noi non vogliamo rappresentare la guerra – affermano i curatori della mostra – ma evocarne le conseguenze più intime: il silenzio, la perdita, la colpa. Si crea così un modo per indagare il dolore e per riconoscere nelle rovine le tracce di un’umanità che persiste.”

È nata così l’esigenza di una riflessione interiore, condivisa con gli artisti coinvolti nel progetto, il cui percorso si sviluppa fluido all’interno dell’Ateneo con opere e installazioni dislocate nei chiostri e nei corridoi, per attirare lo sguardo di studenti, visitatori o semplici passanti. Ci sono opere fotografiche come quelle di Gabriele Micalizzi, che si accostano a vere e proprie installazioni a riflettere sul ruolo e l’uso dei materiali utilizzati in zone di guerra, come in quelle presentate da Fabrizio Dusi, Mauro Seresini o Lorenzo e Simona Perrone.

Saranno esposti idisegni di Salvatore Garzillo e quelli di Adriano Caverzasio chedescrivono due guerre diverse, sia per luogo che per tempo, ma con simili conseguenze.

La Fondazione culturale Carlo Zinelli  e la Famiglia Zinelli presteranno alcune opere dell’artista esponente dell’Art Brut, la cui malattia si manifestò proprio durante l’arruolamento nella guerra civile spagnola negli anni ’40 e i cui dipinti riflettono questo grande trauma; Erk14 è un artista napoletano che utilizza colori vivaci ad esaltare i protagonisti delle sue opere, degli object trouvé; Valentina Achilli fa emergere la potenza e il valore della comunicazione scritta attraverso l’uso della carta filigranata fatta a mano e il tessuto.

Ci sarà Giampaolo Parilla, che nella sua pittura esplora la fragilità e la frammentazione del corpo umano nel mondo contemporaneo, in connessione con la geopolitica dei conflitti attuali, l’iconografia delle mappe di guerra e le immagini di sistemi d’arma e scontri armati.

Nella sede di Brescia sarà possibile scoprire l’opera di Luca Pancrazzi, che fin dagli anni ’80 indaga i limiti della percezione attraverso la sperimentazione tecnica; le sue opere mettono in evidenza come strumenti, gesti e ripetizioni possano contribuire a definire linguaggio e visione artistica.

Nella sede di Piacenza ci sarà Vanshika Agrawal, grande artista nata in India, il cui lavoro fonde poesia, performance, pittura, disegni e installazioni per creare spazi effimeri che riflettono sul continuum della vita.

L’artista Silvia Stucky è presente sia nella sede di Roma che in quella di Milano. Particolarmente attenta alle tematiche sociali, il suo lavoro artistico chiede di riflettere sulla nostra esistenza. La sua ricerca è fatta di interventi minimi in cui l’autorialità si assottiglia esaltando una bellezza involontaria, alla luce del rispetto per l’altro in tutte le sue forme.

Infine, nella sede di Cremona, ci sarà Marta Ferrarini: una fotografa classe 2003, per lei la fotografia diventa un mezzo per creare vicinanza e connessione.

Ogni artista è stato seguito personalmente da uno o più curatori. Gli studenti dell’Ateneo che hanno partecipato al progetto sono: Benedetta Alabò, Elisa Bertoli, Aurora Carrisi, Giulia Dalena, Veronica Di Flumeri, Elisa Faccoli, Daria Ferrari, Sofia Ferreri, Lea Foà, Cecilia Franzoni, Arianna Greco, Valentino Lombardi, Vittoria Lughignani, Chiara Marrazzo, Vanessa Micheletti Giannattilio, Giulia Milanese, Leo Montanari, Elisa Moroni, Lavinia Nottoli, Caterina Oppizzi, Francesca Paganelli, Emma Peloso, Filippo Rachelli, Eleonora Randazzo, Sara Ravelli, Sabrina Ronga, Elena Sgarbi, Elisabetta Villa.

Macerie. Ciò che resta, ciò che nasce si propone come un invito a fermarsi, ad osservare e ad interrogarsi sul presente, lasciandosi attraversare dalle immagini e dai segni che l’arte restituisce, affinché anche dalle fratture possano emergere nuove possibilità.

WILD

La Loffredo Foundation for Arts & Inclusion presenta la mostra Wild by Design dell’artista contemporaneo Marco Grasso, in programma dal 1° al 13 aprile 2026 negli spazi espositivi dell’ADI Design Museum di Milano. Un dialogo semplice ma rivoluzionario tra natura e design, per dimostrare che sono due facce di una stessa ricerca, incessante e bellissima, di soluzioni che possano unire funzionalità, sostenibilità e bellezza.

Wild by Design è la nuova mostra del giovane artista Marco Grasso, classe 2000, a cura di Elena Di Raddo, ospitata dal 1° al 13 aprile 2026 all’ADI Design Museum e realizzata grazie al sostegno della Loffredo Foundation for Arts & Inclusion, realtà che supporta giovani artisti emergenti e non solo, nella formazione e nella loro crescita professionale, per valorizzarne il talento e generare attraverso l’arte un impatto reale, culturale e sociale. Lo fa attraverso Iconic Art System, un ecosistema culturale integrato, fisico e virtuale insieme, dove il dialogo tra pubblico, collezionisti e professionisti dell’arte diventa parte integrante del processo culturale.

Marco Grasso è un pittore specializzato in wildlife art, ossiadipinge ritratti in olio su tela di animali colti inatteggiamenti o situazioni che fanno emergere le loro peculiarità fisiche e caratteriali. I soggetti sono colti in tutta la loro magnificenza e unicità attraverso lo strumento pittorico, analizzati nei minimi dettagli con uno sguardo fotografico.

L’artista racconta: “Quando ero bambino, andavo con mio fratello Nicolò nei boschi del Piemonte all’alba. Ci dicevamo sempre: ‘Guarda come vola quel gufo – non fa rumore.’ Anni dopo, ho scoperto che gli ingegneri della Siemens hanno passato mesi a studiare esattamente quelle piume, quelle micro-dentellature sui bordi delle ali che frantumano il flusso d’aria. Oggi, le pale eoliche più silenziose del mondo replicano quella stessa geometria”.

Da questa intuizione ha preso forma l’idea della mostra e quella di ambientarla proprio all’ADI Design Museum, istituzione milanese che diffonde la cultura del design a livello nazionale e internazionale attraverso la produzione di mostre temporanee e la custodia e mostra permanente della collezione storica del premio Compasso d’Oro, “bene di eccezionale interesse artistico e storico” riconosciuto dal Ministero della Cultura dal 2004. Sì, perché la natura può essere considerata la prima designer della storia e probabilmente la più geniale. Con Wild by Design si vuole scardinare infatti la distinzione che vede la Natura, forza ancestrale e incontaminata, contrapposta al Design, espressione dell’artificio e della volontà umana. La natura non è l’antitesi del progetto, ma il suo primo, più geniale e instancabile autore. Gli animali, dunque, come quelli che popolano le tele di Marco Grasso, sono dei prototipi perfetti, non solo soggetti estetici ma soluzioni viventi a problemi complessi e quindi con una loro funzione intrinseca.

Anche il concetto di sostenibilità assume un’accezione più ampia in questo contesto: non è un’opzione etica moderna, ma è il principio fondativo della vita stessa. L’evoluzione è un’economia circolare perfetta in cui ogni animale è di per sé sostenibile al 100% non perché è buono o etico, ma perché altrimenti non esisterebbe.

Il percorso espositivo prende il via al piano terra del Museo con un’installazione digitale a cura di Parallelia AI Creative Studio, che mostra proprio come natura animale e oggetti di design sono una l’origine dell’altro.

La mostra si divide in quattro sezioni, la prima dedicata al mimetismo strutturale e cinetico. L’opera Flight, ad esempio, raffigura un martin pescatore, esemplare noto per il suo becco affusolato, che gli permette di tuffarsi in acqua ad alta velocità. Questo volatile ispirò l’ingegnere e appassionato birdwatcher Eiji Nakatsu per il miglioramento del celebre treno Shinkansen, detto il treno proiettile giapponese, che ridisegnò il muso del veicolo secondo la forma del becco dell’uccello, risolvendo così problematiche relative alla rumorosità, al consumo e alla velocità e diventando un esempio internazionale di efficienza aerodinamica.

La seconda sezione riflette sulla guerra ottica e alla brand identity, mostrando come la natura utilizzi pattern non come decori, ma come sistemi di comunicazione e protezione. Come la coppia di zebre in Love in Black and White, e il leone ruggente in Born of Fire, specie in cui il disorientamento delle strisce o l’armatura psicologica della criniera creano un’illusione ottica.

Matematica della natura e sostenibilità è il tema della terza parte in cui le opere di Grasso vengono associale all’idea che la bellezza naturale risponde a precise leggi matematiche studiate e applicate dai designer. Infine la quarta sezione è dedicata all’integrazione funzionale e al futuro, l’ultimo livello dell’approccio biomimetico dove la forma abita la funzione stessa, come nell’opera Grace che ritrae un cigno dal collo sinuoso.

Marco Grasso con la sua arte e con questi ritratti, non ci sta solo mostrando animali bellissimi, ma ci sta offrendo nuove chiavi di lettura. Ogni pennellata cattura non solo la forma, ma la funzione. Non solo l’aspetto, ma il principio. È arte che diventa conoscenza. È conoscenza primordiale che diventa atto creativo. Le sue tele non vanno guardate solo con gli occhi dell’amante dell’arte, ma anche con gli occhi del designer, dell’ingegnere, del curioso.

MEZZ’ORA

Il Museo Bagatti Valsecchi ha da poco inaugurato la grande mostra Depero Space to Space. La Creazione della Memoria, cardine di tutta la programmazione annuale della Casa Museo. Dal 27 febbraio 2026 prenderà il via anche la quinta edizione di Stasera al Museo dal titolo “Lasciami mezz’ora per vedere” un’espressione usata dallo stesso Fortunato Depero negli anni Quaranta del Novecento quando ha scritto “Lasciatemi almeno mezz’ora giornaliera per vedere, guardare, per rivolgere il pensiero, la mente alle cose nostre, alla nostra realtà, alla nostra arte, alle nostre ideologie che ci riempiono l’animo di ardore, di emozione, di orgoglio e di meraviglia…”.

“Lasciami mezz’ora per vedere” è stata scelta come frase guida di tutta la programmazione 2026 del Museo Bagatti Valsecchi, con la volontà che tutti possano prendersi il tempo necessario per osservare ciò che li circonda, comprendere la realtà e lasciarsi sorprendere dall’arte, come sottolinea il Direttore Antonio D’Amico: «L’intento è quello di esortare i visitatori a guardare oltre l’immediato, pianificando con cura l’orizzonte delle scelte per riflettere sulla storia, sull’interiorità e sulle emozioni che attraversano l’esperienza umana, come recita il motto “Respice finem” – rivolgiti al fine – una massima latina mutuata da Petrarca e incisa nel Salone d’Onore del Museo».

Infatti, «I Bagatti Valsecchi – ricorda Camilla Bagatti Valsecchi, Presidente della Fondazione – sono stati spesso riconosciuti per il loro approccio meditato, per quella lentezza attenta che rifiuta l’immediatezza come unica misura possibile. In questo, la loro storia incontra naturalmente le parole di Depero, che rivendicava “almeno mezz’ora giornaliera per vedere, guardare…”. Un invito a ritrovare il tempo dell’osservazione e della meraviglia, necessario per comprendere davvero ciò che ci circonda».

ANNIVERSARI

Nuove serie postali che intrecciano argomenti come cultura, musica, arte e temi sociali, aprono il programma filatelico 2026 di Poste San Marino, tra cui la prestigiosa serie “Europa” promossa da PostEurop – l’associazione degli operatori postali pubblici europei – che assegna annualmente un tema comune a tutti i Paesi membri.

Per il 2026, il tema scelto è la celebrazione del 70° anniversario del francobollo Europa, simbolo di cooperazione e dialogo tra le amministrazioni postali del continente. Il bozzetto riprodotto sul francobollo, vincitore del concorso internazionale indetto da PostEurop, è stato realizzato dal designer finlandese Klaus Welp che ha saputo interpretare con efficacia, il valore storico e simbolico dell’anniversario.

DEPERO SPACE

Il Museo Bagatti Valsecchi, in collaborazione con il Mart – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, presenta la mostra Depero Space to Space. La creazione della memoria, dal 13 febbraio al 2 agosto 2026, a cura di Nicoletta Boschiero e Antonio D’Amico. L’esposizione, inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, gode del patrocinio di Enit, di Regione Lombardia, della Provincia Autonoma di Trento, del Comune di Milano e del Comune di Rovereto.

L’obiettivo del progetto espositivo è di mettere in evidenza un parallelismo sorprendente che lega, seppur in tempi differenti, i baroni Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi a Fortunato Depero, accomunati dal medesimo sogno di abitare dentro spazi sospesi tra antico e contemporaneo.

L’esposizione sancisce il ritorno a Milano di Fortunato Depero dopo 35 anni dall’ultima retrospettiva che lo vide protagonista e propone un percorso inedito, facendo interagire la collezione permanente del Museo Bagatti Valsecchi con le creazioni di Depero. Queste diventano ospiti in un singolare allestimento appositamente pensato dallo studio di architettura A-Fact di Milano per esaltare la collocazione spazio-temporale di opere d’arte in un contesto abitativo con un’identità ben definita.

Ospitando oltre quaranta opere che vanno dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, provenienti dalla Casa D’Arte Futurista Depero e dal Mart – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, il Museo Bagatti Valsecchi vuole rafforzare ancora di più il suo ruolo di ‘Casa delle collezioni’. Una casa museo creata verso la fine dell’Ottocento da due fratelli che allestirono la propria dimora in stile tardo rinascimentale, con dipinti e manufatti d’arte applicata, vivendola fino al 1974, dialoga con una casa d’arte futurista, dedicata a Fortunato Depero negli anni Cinquanta del secolo scorso, con il medesimo slancio di trovare la stessa identità tra luogo e opera d’arte.

Come i fratelli Bagatti Valsecchi aderirono allo stile neorinascimentale proposto dalla monarchia sabauda come esempio di arte nazionale, senza rinunciare però ad elementi di novità come il riscaldamento, l’acqua corrente e la luce elettrica, analogamente Fortunato Depero, ritrovandosi ad allestire un antico edificio come un museo moderno, sistemò opere degli anni Cinquanta in un contesto arcaico ottenendo un risultato assolutamente originale e unico.

La comune capacità dei fratelli e dell’artista di mettere in relazione epoche remote e contemporaneità, rendendo possibile una visione corale ed omogenea, è la base di partenza su cui si è sviluppato il concept della mostra Depero Space to Space. La creazione della memoria.

Il progetto è sostenuto con grande entusiasmo dallaMaison Gianvito Rossi, main sponsor della mostra, e da Altemasi Trentodoc, Art Parfum, Christopher, IUAD – Institute of Universal Art and Design, Larusmiani, Nautica Casarola e Unimatic. È dunque grazie a queste realtà, che al Museo Bagatti Valsecchi va in scena un face to face ideale in cui Casa Depero e Casa Bagatti Valsecchi si specchiano l’una nell’altra.

Il percorso espositivo vuole rendere omaggio alla versatilità dell’artista trentino, che è anche progettista, arredatore, scenografo, interessato sin dagli anni Venti all’allestimento degli spazi, occupandosi delle mostre di arti applicate a Monza nel 1923 e nel 1927 e dell’Exposition International des Arts Décoratifs et Industriels Modernes a Parigi nel 1925.

Una mostra di Fortunato Depero al Museo Bagatti Valsecchi significa anche raccontare il rapporto cruciale dell’artista con Milano, sua città d’elezione, dove nel 1946 presenta una personale alla Galleria Il Camino, sostenuto dall’amico collezionista Gianni Mattioli. La sua rivalutazione critica post mortem nel 1962 è ancora a Milano, con una retrospettiva curata da Guido Ballo, seguita dall’esposizione alla Villa Reale, nel 1989. Oggi Depero torna a Milano al Bagatti Valsecchi per proseguire il suo sogno eclettico, dinamico e futuribile.

Depero Space to Space. La creazione della memoria vuol essere una sorprendente esperienza da vivere all’interno delle sale del Museo, dove alcuni ambienti sono sonorizzati da Gaetano Cappa, dell’Istituto Barlumen, amplificando così per il visitatore il senso di meraviglia.

Ma non finisce qui, perché il percorso espositivo termina con la rievocazione del ViBiBar, Vino-Birra Bar, il leggendario locale dove Depero nel 1937 creò la sua decorazione con sette tarsie in panno inserite in una boiserie, per le Cantine Cavazzani di Bolzano. Il Museo Bagatti Valsecchi lo rievoca attraverso gli appuntamenti del ViBiBar Depero. L’aperitivo futurista al Museo Bagatti Valsecchi, cinque serate, da febbraio a luglio, che trasformano il Museo in un elegante bar futurista, tra luci soffuse, musica jazz dal vivo e atmosfera d’altri tempi. La visita alla mostra, condotta dal Direttore e Curatore Antonio D’Amico, si accompagna a un ricco aperitivo offerto da Altemasi Trentodoc, Melchiori, Lacerba e l’Azienda per il Turismo Val di Non, concepito come omaggio allo spirito creativo di Depero e alla convivialità futurista.