ESPOLORAZIONI

Galleria Gracis continua il suo percorso di esposizioni dedicate ai grandi maestri del Novecento italiano scegliendo per l’autunno 2026 di esplorare le figure di due artisti che, ognuno nel suo ambito d’indagine, possono essere considerati dei veri e propri avanguardisti. Atanasio Soldati, artista parmigiano maestro dell’astrattismo italiano del secondo Dopoguerra, viene messo in dialogo con gli scatti di Franco Fontana, fotografo modenese tra i nomi più importanti in Italia negli ultimi decenni le cui opere si contraddistinguono per l’uso del colore e l’equilibrio della composizione.

Atanasio Soldati – Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930 – 2017 è la mostra, realizzata in collaborazione con la Galleria Photo & Contemporary di Torino, che dal 7 ottobre al 23 dicembre 2026 vuole creare un dialogo tra due ricerche artistiche che, pur appartenendo a linguaggi differenti, condividono una profonda affinità visiva e concettuale. Attraverso il confronto tra immagini, forme e superfici, il progetto intende mettere in evidenza assonanze formali, ritmi cromatici e tensioni compositive che conducono verso una dimensione di astrazione, dove il colore e la costruzione dello spazio diventano elementi centrali della percezione.

Franco Fontana, scomparso il 29 agosto 2026, nasce a Modena nel 1933 e, avvicinatosi alla fotografia da autodidatta, trasforma ben presto una passione amatoriale in una ricerca professionale che lo porterà a diventare uno dei più autorevoli fotografi italiani sulla scena internazionale.

Fin dagli anni Sessanta sviluppa un linguaggio del tutto personale, rivoluzionando il ruolo del colore nella fotografia: non più semplice elemento descrittivo, ma autentica struttura compositiva dell’immagine. Attraverso campiture cromatiche nette, linee essenziali e rigorose geometrie, Fontana interpreta paesaggi e architetture come costruzioni visive autonome, sospese tra realtà e percezione. Come egli stesso afferma: “Scattare è questione di pensiero. Bisogna fotografare quello che si sente, non quello che si vede […] le immagini sono un’emanazione del fotografo, traducono in un linguaggio universalmente comprensibile la sua interpretazione del mondo. Attraverso il suo sguardo, il fotografo rende visibile l’invisibile; ed è allora che la fotografia diventa invenzione” (Franco Fontana, Francesca Parravicini, Fotografia Creativa, Mondadori, Milano, 2016).

I suoi scatti danno vita a spazi permeati da una dimensione di sospensione temporale che supera il limite tradizionale del medium fotografico e non è più registrazione del mondo visibile, ma diventa una visione autonoma, rarefatta e contemplativa dove il colore è il protagonista e non un mezzo.

È proprio questa concezione dell’immagine, intesa come rilettura del reale e non come sua semplice registrazione, a trovare un profondo punto di contatto con la ricerca pittorica di Atanasio Soldati, accomunata dalla medesima tensione verso una sintesi formale, affidata al colore e al rigore delle linee geometriche quali strumenti di costruzione dell’immagine.

Soldati nasce a Parma nel 1896 e scompare nel 1953, si forma come architetto prima di dedicarsi interamente alla pittura e con la sua ricerca artistica ha contribuito alla definizione del linguaggio astratto in Italia: nelle sue opere, Soldati ricostruisce uno spazio mentale, sospeso, enigmatico, atemporale, dove la città e i paesaggi diventano strutture di rapporti formali e volumetrici, nei quali è chiaro il rimando metafisico che fa percepire il silenzio e la sospensione di questi non luoghi. Un’attenzione costante è data al colore, protagonista delle tele, steso a tinte piatte e caratterizzato da toni sgargianti, con contrasti sempre calibrati e saturi in nitide definizioni delle campiture. Nel 1935, scrivendo per il Bollettino della Galleria Il Milione, così descriveva la sua poetica: “I tempi iniziali di tutte le arti sono i più ricchi di poesia, perché la poesia è fatta di primitività e non di esperienza. La pittura astratta (anche se l’aggettivo può non essere adatto) ama l’analisi, l’ordine, gli armoniosi rapporti di geometria, la chiarezza, come è di ogni opera d’arte, di qualunque tempo, dal Partenone a Piero della Francesca. Ogni linea come ogni forma è un miracolo. Mistero dell’arte. Le linee amano lo spazio, creano ritmi, logicamente funzioni. […]”.

Accostando le opere di questi due artisti è semplice tracciare un parallelismo tra le composizioni studiate su linee ritmate, piani sovrapposti, geometrie costruite dalla luce e dal colore, sempre acceso e vibrante. Il paesaggio e la città diventano per entrambi elementi da reinterpretare soggettivamente attraverso il colore, la luce, e i volumi, e così la realtà che non viene documentata ma interpretata; sia l’artista che il fotografo rivendicano nelle loro opere la libertà interpretativa di analizzare il reale.

Nella mostra di Galleria Gracis i paesaggi urbani di Fontana sono accostati alle tele di Soldati, creando armonia tra i ritmi verticali e orizzontali dei due artisti e avvicinando opere che condividono assonanze cromatiche e di inquadratura. Il visibile è rianalizzato secondo schemi nuovi, l’armonia di un oggetto o di un paesaggio diventa oggetto di meditazione e semplificazione formale.

Il percorso espositivo si completa con un focus dedicato ai paesaggi naturali di Franco Fontana, che offre uno sguardo su un ulteriore capitolo della sua ricerca e ne restituisce la straordinaria coerenza del linguaggio, dove anche la natura diviene occasione di una visione essenziale e profondamente personale.

Atanasio Soldati – Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930 – 2017  si configura così come un’indagine sullo sguardo, in cui pittura e fotografia concorrono a ridefinire i confini della percezione del reale.

La programmazione espositiva di Galleria Gracis prosegue a febbraio 2027 con una mostra sul contemporaneo, una personale dell’artista Giulia Marchi che sta sviluppando un progetto site specific.

ASTRATTISMO

Galleria Gracis continua il suo percorso di esposizioni dedicate ai grandi maestri del Novecento italiano scegliendo per l’autunno 2026 di esplorare le figure di due artisti che, ognuno nel suo ambito d’indagine, possono essere considerati dei veri e propri avanguardisti. Atanasio Soldati, artista parmigiano maestro dell’astrattismo italiano del secondo Dopoguerra, viene messo in dialogo con gli scatti di Franco Fontana, fotografo modenese tra i nomi più importanti in Italia negli ultimi decenni le cui opere si contraddistinguono per l’uso del colore e l’equilibrio della composizione.

Atanasio Soldati – Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930 – 2017 è la mostra, realizzata in collaborazione con la Galleria Photo & Contemporary di Torino, che dal 7 ottobre al 23 dicembre 2026 vuole creare un dialogo tra due ricerche artistiche che, pur appartenendo a linguaggi differenti, condividono una profonda affinità visiva e concettuale. Attraverso il confronto tra immagini, forme e superfici, il progetto intende mettere in evidenza assonanze formali, ritmi cromatici e tensioni compositive che conducono verso una dimensione di astrazione, dove il colore e la costruzione dello spazio diventano elementi centrali della percezione.

Franco Fontana, scomparso il 29 agosto 2026, nasce a Modena nel 1933 e, avvicinatosi alla fotografia da autodidatta, trasforma ben presto una passione amatoriale in una ricerca professionale che lo porterà a diventare uno dei più autorevoli fotografi italiani sulla scena internazionale.

Fin dagli anni Sessanta sviluppa un linguaggio del tutto personale, rivoluzionando il ruolo del colore nella fotografia: non più semplice elemento descrittivo, ma autentica struttura compositiva dell’immagine. Attraverso campiture cromatiche nette, linee essenziali e rigorose geometrie, Fontana interpreta paesaggi e architetture come costruzioni visive autonome, sospese tra realtà e percezione. Come egli stesso afferma: “Scattare è questione di pensiero. Bisogna fotografare quello che si sente, non quello che si vede […] le immagini sono un’emanazione del fotografo, traducono in un linguaggio universalmente comprensibile la sua interpretazione del mondo. Attraverso il suo sguardo, il fotografo rende visibile l’invisibile; ed è allora che la fotografia diventa invenzione” (Franco Fontana, Francesca Parravicini, Fotografia Creativa, Mondadori, Milano, 2016).

I suoi scatti danno vita a spazi permeati da una dimensione di sospensione temporale che supera il limite tradizionale del medium fotografico e non è più registrazione del mondo visibile, ma diventa una visione autonoma, rarefatta e contemplativa dove il colore è il protagonista e non un mezzo.

È proprio questa concezione dell’immagine, intesa come rilettura del reale e non come sua semplice registrazione, a trovare un profondo punto di contatto con la ricerca pittorica di Atanasio Soldati, accomunata dalla medesima tensione verso una sintesi formale, affidata al colore e al rigore delle linee geometriche quali strumenti di costruzione dell’immagine.

Soldati nasce a Parma nel 1896 e scompare nel 1953, si forma come architetto prima di dedicarsi interamente alla pittura e con la sua ricerca artistica ha contribuito alla definizione del linguaggio astratto in Italia: nelle sue opere, Soldati ricostruisce uno spazio mentale, sospeso, enigmatico, atemporale, dove la città e i paesaggi diventano strutture di rapporti formali e volumetrici, nei quali è chiaro il rimando metafisico che fa percepire il silenzio e la sospensione di questi non luoghi. Un’attenzione costante è data al colore, protagonista delle tele, steso a tinte piatte e caratterizzato da toni sgargianti, con contrasti sempre calibrati e saturi in nitide definizioni delle campiture. Nel 1935, scrivendo per il Bollettino della Galleria Il Milione, così descriveva la sua poetica: “I tempi iniziali di tutte le arti sono i più ricchi di poesia, perché la poesia è fatta di primitività e non di esperienza. La pittura astratta (anche se l’aggettivo può non essere adatto) ama l’analisi, l’ordine, gli armoniosi rapporti di geometria, la chiarezza, come è di ogni opera d’arte, di qualunque tempo, dal Partenone a Piero della Francesca. Ogni linea come ogni forma è un miracolo. Mistero dell’arte. Le linee amano lo spazio, creano ritmi, logicamente funzioni. […]”.

Accostando le opere di questi due artisti è semplice tracciare un parallelismo tra le composizioni studiate su linee ritmate, piani sovrapposti, geometrie costruite dalla luce e dal colore, sempre acceso e vibrante. Il paesaggio e la città diventano per entrambi elementi da reinterpretare soggettivamente attraverso il colore, la luce, e i volumi, e così la realtà che non viene documentata ma interpretata; sia l’artista che il fotografo rivendicano nelle loro opere la libertà interpretativa di analizzare il reale.

Nella mostra di Galleria Gracis i paesaggi urbani di Fontana sono accostati alle tele di Soldati, creando armonia tra i ritmi verticali e orizzontali dei due artisti e avvicinando opere che condividono assonanze cromatiche e di inquadratura. Il visibile è rianalizzato secondo schemi nuovi, l’armonia di un oggetto o di un paesaggio diventa oggetto di meditazione e semplificazione formale.

Il percorso espositivo si completa con un focus dedicato ai paesaggi naturali di Franco Fontana, che offre uno sguardo su un ulteriore capitolo della sua ricerca e ne restituisce la straordinaria coerenza del linguaggio, dove anche la natura diviene occasione di una visione essenziale e profondamente personale.

Atanasio Soldati – Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930 – 2017  si configura così come un’indagine sullo sguardo, in cui pittura e fotografia concorrono a ridefinire i confini della percezione del reale.

La programmazione espositiva di Galleria Gracis prosegue a febbraio 2027 con una mostra sul contemporaneo, una personale dell’artista Giulia Marchi che sta sviluppando un progetto site specific.

ESTATE 1943

Continua la quinta edizione del cartellone culturale del Museo Bagatti Valsecchi “Stasera al Museo. Lasciami mezz’ora per vedere” con un nuovo appuntamento teatrale. Dal 14 al 18 ottobre, per cinque repliche, va in scena nel Salone d’Onore La casa in collina, una nuova produzione originale del Museo Bagatti Valsecchi ispirata all’omonimo romanzo di Cesare Pavese, che viene adattato per la prima volta per il teatro.

Lo spettacolo, con la regia di Mario Scandale, la drammaturgia di Giulia Bartolini e l’interpretazione di Noemi Apuzzo e Christian La Rosa, è il quinto spettacolo prodotto dal Museo e il secondo della stagione 2026. Realizzato con la supervisione scientifica di Fondazione Cesare Pavese, il progetto nasce da un percorso di ricerca sviluppato nell’ambito della 48ª edizione di AstiTeatro e rappresenta la prima collaborazione tra il Museo Bagatti Valsecchi e il festival dedicato alla ricerca teatrale contemporanea.

“Lasciami mezz’ora per vedere” è il filo conduttore dell’intera programmazione culturale 2026 del Museo Bagatti Valsecchi: un invito a rallentare lo sguardo, osservare con maggiore attenzione ciò che ci circonda e lasciarsi interrogare dall’arte. In questo orizzonte si inserisce La casa in collina, che restituisce al presente le domande e le inquietudini del romanzo di Cesare Pavese.

Ambientato nell’estate del 1943, la vicenda segue Corrado, professore torinese rifugiatosi sulle colline sopra il Po per sfuggire ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Qui ritrova Cate, un amore giovanile, e il figlio di Cate, Dino, di cui sospetta la paternità. Quando la guerra rende impossibile ogni forma di neutralità, Corrado è costretto a confrontarsi con il peso delle proprie responsabilità, verso il bambino, verso la storia e verso sé stesso. Attraverso questa vicenda, lo spettacolo pone una domanda che conserva tutta la sua urgenza: come reagisce un essere umano quando la guerra irrompe nella sua vita?

Se il Futurismo in quell’epoca celebrava la velocità e la modernità, questa opera teatrale restituisce invece il tempo sospeso dell’attesa, l’inazione e la difficoltà del vedere prima di scegliere. Corrado, il protagonista, osserva il mondo mentre tutto intorno precipita e cerca di comprendere da che parte stare: il suo sguardo, fragile e profondamente umano, diventa una riflessione sulla responsabilità individuale di fronte alla storia in relazione a chi eredita le conseguenze delle nostre scelte.

L’adattamento di Giulia Bartolini conserva il nucleo etico ed esistenziale del romanzo, traducendolo in una drammaturgia contemporanea a due personaggi. Al centro, Corrado e Cate: due modi opposti di attraversare la guerra e di misurarsi con ciò che accade intorno a loro. Mentre Cate sceglie progressivamente di prendere parte, Corrado osserva, comprende, dubita e cerca nella collina una distanza che possa proteggerlo dalla Storia. Ma con l’inasprirsi del conflitto, quella distanza diventa impossibile da mantenere. Attraverso dialoghi, ricordi e confessioni rivolte agli spettatori, la guerra entra così nella dimensione più intima dei personaggi, nei loro legami, nei desideri e nelle responsabilità individuali. Senza offrire risposte o giudizi, lo spettacolo interroga la distanza tra ciò che comprendiamo e ciò che siamo disposti a fare, restituendo al presente tutta la forza delle domande poste da Pavese.

“Questo adattamento teatrale de La casa in collina nasce da un’ipotesi – spiega il regista Mario Scandale – e se un Dino ragazzo, più grande, sopravvissuto al conflitto, incontrasse Corrado e gli ponesse una domanda: cosa deve fare un uomo quando arriva una guerra? Tutta la messa in scena è il tentativo di restare dentro quella domanda. Corrado parla al pubblico come se parlasse a un figlio, a chi viene dopo di lui e gli chiede conto delle sue scelte. È un dispositivo che mi riguarda da vicino. Sono quarantenne, e guerra non è per me una parola astratta, ma qualcosa che sento accadere; è nelle immagini, nelle notizie, nei corpi degli altri, ogni giorno, accanto a me. Corrado cerca per tutto il testo una distanza giusta da questa guerra, abbastanza vicino al fuoco da sentirne il calore, abbastanza lontano da non bruciarsi. Riconosco in questo lo stesso movimento, la stessa tentazione di restare a guardare. Non so se questa regia risponderà alla domanda di Dino. So che nasce da lì. Corrado non sa se è padre, e forse non vuole saperlo. Quella paternità desiderata e mai assunta fino in fondo mi sembra vicina a una condizione più larga, quella di chi fatica ad assumersi una responsabilità, culturale, intellettuale, fisica, verso chi viene dopo. Per la messa in scena ho scelto di affidare il senso del mio pensiero registico all’interpretazione degli attori, Christian La Rosa e Noemi Apuzzo. La messa in scena sarà essenziale, costruita sui gesti, sulla voce, sui corpi. Il Salone d’Onore del Museo Bagatti Valsecchi, con i suoi arredi e la sua memoria, sarà il contrappunto naturale a questa essenzialità. Con Giulia Bartolini portiamo avanti un lavoro che ci sta a cuore, misurarci con grandi romanzi e con la loro trasformazione in scrittura scenica, un esercizio che ogni volta ci costringe a interrogare di nuovo cosa significhi portare un testo in scena. Per me è la seconda produzione con il Museo Bagatti Valsecchi: un percorso che considero un grande arricchimento, un’occasione rara di libertà e sperimentazione.”

“La casa in collina non è un romanzo politico nel senso in cui spesso intendiamo questa parola: non indica una parte, non costruisce eroi, non dà risposte. È politico perché pone una domanda sulla responsabilità individuale: cosa facciamo quando la Storia ci chiede di prendere parte? Nell’adattamento abbiamo spostato questa domanda dal pensiero all’azione, per vedere cosa produce sui corpi e sulle relazioni, cosa accade agli altri quando scegliamo di agire o di sottrarci. Lo abbiamo fatto attraversando la lingua di Pavese, cercando di conservarne l’altezza, il ritmo e la capacità di tenere insieme il quotidiano e il pensiero, e portandola dentro il dialogo e l’azione scenica. Abbiamo cercato così di entrare nel presente senza rispondere a quella domanda, ma consegnandola intatta allo spettatore di oggi, ai figli di oggi: un testamento per noi e per chi verrà dopo di noi.” aggiunge la drammaturga Giulia Bartolini.

L’opera teatrale è nata da un percorso di residenza artistica ospitata lo scorso giugno nell’ambito della 48ª edizione di AstiTeatro. Un’esperienza creativa di cinque giorni, che prevedeva un’immersione nei luoghi pavesiani, attraverso una visita alla Casa Museo di Santo Stefano Belbo per poi proseguire con una visita agli spazi dell’Archivio Storico di Asti. La residenza ha rappresentato un momento di ricerca e sperimentazione dedicato al passaggio dalla parola alla scena, con particolare attenzione alla riscrittura del personaggio di Cate, restituita come una donna concreta e combattiva, al tempo stesso fragile e potente. La lettura scenica ha costituito una tappa fondamentale del processo creativo, offrendo agli artisti l’opportunità di confrontarsi con il pubblico e di affinare la drammaturgia in vista della produzione finale.

Più che una rilettura del romanzo, La casa in collina è una riflessione che guarda all’opera di Pavese come a un testamento: una domanda consegnata alle generazioni successive su cosa significhi restare umani quando la guerra entra nelle nostre vite e ci costringe a scegliere. In questo senso, la messa in scena trova nel Museo Bagatti Valsecchi un luogo naturale: uno spazio dedicato alla conservazione e alla trasmissione della memoria, dove l’arte diventa uno strumento per interrogarsi sul presente e sul nostro rapporto con ciò che scegliamo di custodire.

Attraverso la figura di Corrado, lo spettacolo interroga il nostro presente: che cosa significa oggi custodire ciò che riconosciamo come valore – la bellezza, la memoria, le tracce di ciò che siamo stati – dentro un tempo che sembra continuamente riscriverne il senso? È una domanda che il teatro, come ogni forma d’arte, non si limita a porre, ma rilancia nello spazio condiviso della scena, affidandola allo sguardo dello spettatore.

“Con La casa in collina il Museo Bagatti Valsecchi conferma il desiderio di utilizzare anche il linguaggio teatrale per raggiungere un pubblico sempre più ampio e diversificato” afferma Antonio D’Amico, Direttore del Museo Bagatti Valsecchi. “Immaginare il Museo come un luogo che produce contenuti culturali, pieni di messaggi che migliorano il nostro umore e ci arricchiscono, ci consente di custodire e regalare bellezza, offrendo a ciascuno un piccolo rifugio per l’anima in cui ritrovarsi e sentirsi a casa. La nostra sfida è quella di portare queste attività anche al di fuori delle nostre mura, per raggiungere pubblici fragili e fare in modo che la cultura sia beneficio di tutti. Un obiettivo che perseguiamo anche grazie al prezioso contributo di partner come Altemasi Trentodoc, Amaro Alpino e Valverde, che credono nel nostro progetto.”

MOSTRE

Per l’autunno inverno del 2026, la Crescentina, laboratorio per l’Arte che sorge nelle campagne del Monferrato in provincia di Alessandria, presenta la mostra Hermann Nitsch: Azione e Pensiero dedicata a uno dei padri fondatori dell’Azionismo Viennese, che ha trasformato l’arte in un’esperienza viscerale e totalizzante, superando il concetto tradizionale di rappresentazione per approdare a un rito di liberazione collettiva. L’esposizione che apre al pubblico il 27 settembre 2026 fino al 10 gennaio 2027, è curata da Marzia Capannolo, con il contributo critico di Lóránd Hegyi e realizzata in collaborazione con la Galleria Umberto Benappi di Torino.

Hermann Nitsch ha posto al centro della sua ricerca il Teatro delle Orge e dei Misteri, un’opera d’arte totale in cui il pubblico cessa di essere spettatore e diventa partecipante attivo di una liturgia laica. Attraverso l’uso simbolico e materico del sangue, della carne e del colore, l’artista fonde la memoria dei miti dionisiaci, il sacrificio cristiano e la catarsi psicanalitica in una celebrazione primordiale della vita e della morte. I suoi celebri Schüttbilder – i dipinti realizzati versando e spalmando il pigmento rosso sulla tela, da superfici cromatiche divengono relitti tangibili di un’azione sacrale. Questa estetica dell’eccesso e del sacro si traduce in un assalto sensoriale e sinestetico, dove l’atto della pittura dialoga con la musica, il cibo e il corpo, risvegliando l’uomo moderno dal torpore borghese. Più che una provocazione, l’opera di Nitsch si configura come una profonda, viscerale riconnessione con la linfa vitale e spirituale della terra.

Il percorso espositivo riunisce circa venti opere tra grandi tele, opere su carta e una tunica rituale del 1973 (Chorhemd aus der 41. Aktion, Prinzendorf), arricchite da un nucleo di fotografie storiche scattate da Fabrizio Garghetti durante le celebri azioni performative dell’artista come testimonianza visiva della genesi del rito. L’esposizione si focalizza sulla dimensione prettamente pittorica e cromatica del maestro austriaco. La tunica, testimonianza diretta e reliquia dell’azione sacrale, funge da cerniera concettuale: su di essa la traccia ematica si fa sostanza visiva primordiale, segnando la genesi del linguaggio visivo di Nitsch. A questa si affiancano due imponenti teleri in mostra, la Pittura dell’Orgien Mysterien Theater del 1984 e lo Schüttbild del 1997 (entrambi di tre metri di larghezza), nei quali l’urgenza performativa cede il passo all’architettura del colore e alla monumentalità della stesura gestuale. Emblematica della maturità pittorica dell’artista è poi la tela Senza titolo del 2002, in cui l’impasto denso di verde scuro e rosso ematico, lavorato a piene mani direttamente sulla superficie, testimonia la trasmutazione del gesto ritmico in una profonda, quasi scultorea, meditazione pittorica.

Un ruolo centrale è affidato anche ai lavori su carta, nei quali il gesto di versare e spalmare il pigmento acquista una straordinaria immediatezza espressiva. Tra le carte più rappresentative spicca Senza titolo del 2007 (acrilico su carta intelata, cm 100 x 212), monumentale orizzonte cromatico in cui blu, verdi, gialli e rossi si fondono in una turbolenza cosmica e primordiale; a questo fa da contrappunto lo Schüttbild auf Papier del 2002 (olio su carta, cm 100 x 122), dove l’impatto frontale della colata di rosso squillante dialoga con la trasparenza del fondo, rivelando una sensibilità raffinata nell’articolazione tra densità materica, luce e stesura pittorica.

La mostra Hermann Nitsch: Azione e Pensiero suggerisce inoltreun dialogo tra l’eredità dell’artista e la potenza tellurica delle pieghe argillose del Monferrato. L’esposizione evidenzia infatti una sovrapposizione cromatica e spirituale tra il rosso liturgico dell’Azionismo Viennese con le tonalità brune, le marne calcaree e i sedimenti ferrosi delle colline che circondano La Crescentina, un territorio che è un punto di passaggio figlio di una metamorfosi millenaria dovuta a una complessa stratificazione di argille, limo e calcari che conferisce al terreno e alle rocce sedimentarie del luogo il caratteristico e suggestivo colore grigio-azzurro. Nitsch, che in queste terre ha frequentato e riconosciuto gli echi della sua ricerca primordiale, viene celebrato attraverso il concetto di materia vitale, trovando ne La Crescentina l’altare laico per la sua arte.

In questo contesto, il celebre Teatro delle Orge e dei Misteri abbandona la sua dimensione puramente performativa per farsi paesaggio. Se per l’artista il corpo umano è il luogo d’elezione del rito, per il Monferrato il “corpo” è la terra stessa, ciclicamente ferita e rigenerata dal lavoro dell’uomo. Le tele e le carte esposte diventano così mappe di un’esperienza sensoriale totale, capaci di unire il sacro del gesto estetico al profano della cultura contadina. In questa sinergia tra luogo e opera, la “terrosità” di Nitsch si rivela non come assenza di spirito, ma come sua massima espressione: una celebrazione dionisiaca della vita che sorge dal fango e dal sangue per farsi bellezza eterna.

Con questa ultima mostra, La Crescentina invita lo spettatore a riscoprire una comune, profonda e feconda appartenenza alla materia, laddove l’arte, in riferimento alla natura, ne diventa la sua voce più profonda e radicale.

La Crescentina è l’Associazione culturale nata nel 2021 grazie all’iniziativa dei collezionisti Fiorella Miraglio e Alessandro Monteforte, con l’obiettivo di sostenere l’Arte e la cultura attraverso la produzione di mostre, in collaborazione con enti privati, fondazioni, archivi e istituzioni, di pubblicazioni, e di eventi culturali tutti gratuiti e aperti al pubblico. La storia de La Crescentina inizia però da più lontano: dai rapporti che Alessandro Monteforte ha intrattenuto tra gli anni Sessanta e l’inizio degli anni Duemila con i protagonisti dell’arte contemporanea e che, dagli anni ’80, ha accolto in questo grande fabbricato agricolo acquistato e da lui stesso recuperato. Un vero e proprio cenacolo diventato oggi La Crescentina, dove si può ammirare anche la Collezione Monteforte-Miraglio, curata da Marzia Capannolo e composta da circa duecento opere tra dipinti, sculture, fotografie, oggetti e arredi di design.

IPERREALISMO

Dal domani al 25 ottobre 2026 il Museo Bagatti Valsecchi presenta Bertozzi & Casoni. Eterne e fragili presenze, mostra a cura di Alberto Mattia Martini, realizzata in collaborazione con la Galleria Giovanni Bonelli. Il progetto espositivo mette in dialogo la ricerca di Bertozzi & Casoni, tra le più significative esperienze artistiche della contemporaneità, con gli ambienti e le collezioni della storica casa-museo milanese, dando vita a un confronto inedito tra memoria, materia e tempo.Custode di un ideale Rinascimento ricostruito nell’Ottocento dai fratelli Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi, la dimora si trasforma in un palcoscenico dove passato e presente si confrontano attorno ai temi del ricordo, della conservazione e della caducità.

Tra arredi, opere e manufatti storici, le sculture iperrealiste di Bertozzi & Casoni si inseriscono con sorprendente naturalezza negli spazi del Museo, instaurando un dialogo che interroga il rapporto tra autenticità e reinvenzione, permanenza e trasformazione.

ANNIVERSARI

In occasione di due importanti anniversari, i 145 anni dalla nascita (1881) e i 60 anni dalla morte (1966) di Carlo Carrá, il Comune di Quargnento, città natale del pittore, con il patrocinio della Regione Piemonte, del Consiglio Regionale del Piemonte e della Regione Lombardia, presenta la mostra CARLO CARRÁ, ENZO CACCIOLA, @parallel.fbx. Dal Novecento al contemporaneo: il colore diventa materia e I.A., a cura di Luigi Benzi, Alberto Fiz e Rino Tacchella. La mostra sarà allestita dal 26 settembre al 25 ottobre 2026 presso l’Auditorium della Trinità di Quargnento (AL), spazio recentemente restaurato dell’ex Chiesa della Santissima Trinità.

Il forte legame tra Carrà e il suo paese natale Quargnento è testimoniato già dal suo secondo nome, Dalmazio, uno dei santi protettori della città, con cui firmò — insieme a Boccioni, Russolo, Balla e Severini — il Manifesto dei Pittori futuristi del 1910, come “Carlo D. Carrà”. È dal Monferrato, infatti, che Carrà trae la sua ispirazione, tanto che, per molti critici, questo radicamento è così profondo da riaffiorare come un’impronta ancestrale anche nei dipinti di altri paesaggi. È a Quargnento, del resto, che si trovano le tracce più antiche della sua mano: nella soffitta della casa paterna sopravvive ancora una decorazione murale a tempera, dipinta ad appena 12 anni, ed è sempre qui che, nel 1900, tornato dai suoi soggiorni a Milano, Londra e Parigi, Carrà realizza “La strada di casa”: un’opera chiave, letta dagli studiosi come vero e proprio incipit del suo catalogo che apre la mostra.

Terra di pittori e di arti, Quargnento ha sempre riconosciuto la grandezza del suo più celebre concittadino attraverso numerose rassegne a lui dedicate, non ultima “Carlo Carrà da Quargnento. 1881-1966 cinquant’anni dopo”, una mostra/evento di rilevanza nazionale tenutasi in occasione del 50° anniversario della scomparsa del pittore. Oggi, l’esposizione CARLO CARRÁ, ENZO CACCIOLA, @parallel.fbx. Dal Novecento al contemporaneo: il colore diventa materia e I.A. torna a celebrare la figura del Maestro, non attraverso una tradizionale rassegna monografica, bensì affiancando alla sua opera quella di un artista contemporaneo Enzo Cacciola tra i protagonisti più noti della Pittura Analitica nell’ambito di un progetto che coinvolge anche le ricerche più attuali realizzate con l’intelligenza artificiale dall’artista @parallel.fbx.

La mostra mette in relazione due artisti che, a prima vista, sembrerebbero collocarsi agli antipodi per epoca, metodo e linguaggio. Da un lato Carrà, che attraversa da protagonista le avanguardie della prima metà del secolo; dall’altro Cacciola, che negli anni Settanta vive i dissidi di una pittura in cerca di una strada lontana da ogni ipotesi rappresentativa. Dove le divergenze sono evidenti, la mostra fa emergere però le convergenze più sottili e inattese.

Il primo, decisivo punto d’incontro tra i due artisti è la scelta di confrontarsi entrambi con la pittura in quanto tale, matrice costitutiva a cui la Pittura Analitica – l’eterogeneo movimento nato in Italia tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta di cui Cacciola fu tra gli interpreti più coerenti – non volle mai rinunciare, puntando a un’autonomia linguistica in cui il manufatto recuperasse centralità. È qui che si coglie però anche la differenza più profonda, come spiega Alberto Fiz, uno dei curatori della mostra: “Cacciola crea uno spazio di pittura, mentre Carrà sperimenta sulla pittura ma entrambi s’interrogano sul medesimo media senza spezzare il sottile filo che li lega: da un lato la tautologia, la coincidenza tra gli elementi e il processo operativo, dall’altra la trasformazione continua della relazione tra superficie, colore e materia nei passaggi tra divisionismo, futurismo, primitivismo, metafisica e ritorno alla tradizione”.

Il titolo della mostra racchiude proprio questo territorio comune, esplorato con strumenti opposti. In Carrà il rapporto tra colore e materia passa dalla cura nella preparazione della tela, dall’uso innovativo del collage, fino al gesto più radicale, il manifesto “La pittura dei suoni, rumori e odori” (1913), che apre la pittura a una dimensione sinestetica. In Cacciola il principio si radicalizza: non c’è più un prima e un dopo, ma un’assoluta convergenza con l’oggetto-quadro che ogni volta assume una propria identità modificandone lo stato. In Cementi, ad esempio, il colore deriva direttamente dal materiale impiegato e dalla sua stesura.

Questo confronto trova nella mostra una forma concreta nell’allestimento: venti opere di Carrà, la maggior parte inedite, dialogano con altrettanti lavori di Cacciola. Di Carrà viene proposta una sintesi che spazia dal 1900 al 1966, tra cui la celebre “Lacerba e bottiglia” del 1914 messa a disposizione dalla Fondazione CRAL di Alessandria in cui introduce per la prima volta in Italia la tecnica del collage dopo aver visto le opere di Braque e Picasso a Parigi, fino ad arrivare all’olio su tela del 1966 “Natura morta con bottiglia e chicchera” che chiude la mostra, passando per i vari movimenti d’avanguardia – Futurismo, Valori Plastici, Metafisica, Novecento – di cui è stato uno dei protagonisti nella prima metà del secolo scorso. Per quanto riguarda Cacciola vengono esplorati in mostra i contenuti della sua ricerca partendo dai Cemento e Asbesto del 1974 che anticipa la celebre serie dei Cementi del 1975 esposti due anni dopo a Documenta 6 di Kassel per giungere alle Sabbie degli anni Duemila provenienti dai suoi viaggi (Sahara, Argentina o Panama sono alcune delle sue mete) disposte sulla tela con l’uso esclusivo delle mani. Le opere dei due artisti sono allestite su pannelli contrapposti, uniti dalle medesime tonalità: i grigi, gli azzurri e i rosa di Carrà rispondono alla materia cromatica di Cacciola. “I pannelli posti sui due lati, uno occupato dalle opere di Carlo Carrà e l’altro da quelle di Enzo Cacciola,  interagiscono, si confrontano e dialogano tra loro attraverso alcune tonalità cromatiche presenti nei lavori di entrambi che consentono un confronto particolarmente eloquente e speculare tra le cromie utilizzate da Carrà presenti in alcune opere realizzate nella prima metà del secolo scorso  e quelle dell’inizio degli anni settanta di Cacciola che ha avviato la sua ricerca in linea con altri movimenti artistici europei come Supports/Surfaces in Francia e la Pittura Radicale in Germania”, raccontaRino Tacchella, curatore della mostra.

A completare il percorso espositivo, una serie di opere realizzate con l’intelligenza artificiale dal giovane artista @parallel.fbx tra cui un video ispirato direttamente a Carlo Carrà. Una scelta che nasce da un’ipotesi degli organizzatori: se Carrà, sperimentatore curioso di ogni novità per tutta la vita, fosse ancora tra noi, difficilmente sarebbe rimasto indifferente ai diversi filoni in cui oggi si dirama l’intelligenza artificiale. @parallel.fbx esplora la realtà da prospettive nuove e inusuali, attraverso un linguaggio visivo che unisce ironia, ricerca e spirito critico. Le sue opere affrontano temi complessi come il potere, la guerra, la solitudine, la depressione e l’autostima, diventando specchi delle contraddizioni di una società ostentata e iperconnessa, ma al tempo stesso fragile. In mostra presenta dei ritratti in cui la materiale viene tradotta digitalmente: tessuti, ceramica, metallo, luce, colore e installazioni site-specific diventano superfici attraverso cui interrogare identità, percezione, mitologia, ontologia e nuove forme di esperienza.

“Nel sessantesimo anniversario della scomparsa di Carrà  l’Amministrazione comunale gli rende omaggio mettendo in evidenza la genialità del Maestro quargnentino e la contemporaneità di Enzo Cacciola, uno dei massimi esponenti della Pittura Analitica, caratterizzata dalla continua ricerca artistica sulla materia e sul cemento, con uno sguardo al futuro che accoglie la contemporaneità radicale di @parallel.fbx e della sua arte generata con l’Intelligenza Artificiale”, concludeLuigi Benzi, terzo curatore della mostra, Sindaco di Quargnento e Presidente della Provincia di Alessandria

La mostra è corredata da un catalogo che, insieme alle opere esposte in mostra contiene molte fotografie di Carlo Carrà ed Enzo Cacciola, che mettono in risalto il lato umano degli artisti, gli affetti famigliari e le passioni. A completare il volume un breve racconto biografico degli artisti e i saggi di Alberto Fiz e Rino Tacchella.

PRESENZE

Dal 18 settembre al 25 ottobre 2026 il Museo Bagatti Valsecchi presenta Bertozzi & Casoni. Eterne e fragili presenze, mostra a cura di Alberto Mattia Martini, realizzata in collaborazione con la Galleria Giovanni Bonelli. Il progetto espositivo mette in dialogo la ricerca di Bertozzi & Casoni, tra le più significative esperienze artistiche della contemporaneità, con gli ambienti e le collezioni della storica casa-museo milanese, dando vita a un confronto inedito tra memoria, materia e tempo.Custode di un ideale Rinascimento ricostruito nell’Ottocento dai fratelli Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi, la dimora si trasforma in un palcoscenico dove passato e presente si confrontano attorno ai temi del ricordo, della conservazione e della caducità.

Tra arredi, opere e manufatti storici, le sculture iperrealiste di Bertozzi & Casoni si inseriscono con sorprendente naturalezza negli spazi del Museo, instaurando un dialogo che interroga il rapporto tra autenticità e reinvenzione, permanenza e trasformazione.

Come sottolinea Antonio D’Amico, Direttore del Museo Bagatti Valsecchi: “Quando Pietro Toesca entrò in Casa Bagatti Valsecchi all’inizio del Novecento, rimase colpito dal fatto che ogni oggetto era disposto in casa con la medesima importanza, dalle stoviglie alle armature, fino ai dipinti rinascimentali che non avevano un ruolo privilegiato rispetto al resto. La casa e gli oggetti antichi erano vissuti esattamente come lo erano stati nel Rinascimento. Bertozzi e Casoni al Museo Bagatti Valsecchi avvalorano questo metodo dei fratelli Fausto e Giuseppe, in quanto l’innesto delle ceramiche del duo artistico non è un innesto forzato. Le loro opere iperrealiste, non chiedono di essere isolate su un piedistallo, ma scelgono di “abitare” la casa, tra gli arredi e le armature. Diventano oggetti vivi tra gli oggetti rinascimentali. In questo cortocircuito visivo, la storia del collezionismo dei due baroni milanesi e la ceramica contemporanea si fondono nella stessa quotidiana normalità, dimostrando che la vera essenza della casa e quindi del Museo Bagatti Valsecchi non è quella di custodire la storia, ma di continuare a metterla in scena.”

In questo incontro tra epoche e linguaggi, la ceramica diventa il medium privilegiato per riflettere sul tempo e sulla fragilità dell’esistenza, offrendo nuove prospettive di lettura del patrimonio storico e del presente.

Fondata a Imola nel 1980 da Giampaolo Bertozzi (Borgo Tossignano, Bologna, 1957) e Stefano Dal Monte Casoni (Lugo di Romagna, Ravenna, 1961 – Imola, Bologna, 2023), la realtà artistica Bertozzi & Casoni ha svolto un ruolo determinante nel consolidare il riconoscimento internazionale della ceramica come linguaggio pienamente contemporaneo. Radicati nella tradizione ceramica faentina, i due artisti hanno saputo reinterpretare questo medium con straordinario rigore tecnico e profondità concettuale, trasformandolo in uno strumento espressivo capace di affrontare temi centrali del dibattito artistico contemporaneo e restituendogli una posizione di primo piano nel panorama dell’arte internazionale.

Il percorso espositivo, composto da oltre trenta opere di Bertozzi & Casoni, una decina delle quali inedite e site-specific per il Museo, è caratterizzato da un linguaggio iperrealista che combina precisione tecnica e forza evocativa. I manufatti richiamano il tema della vanitas in chiave contemporanea, mettendo in relazione abbondanza e scarto, conservazione e decadimento, permanenza e trasformazione. Il dialogo con gli ambienti del Museo fa emergere inattese affinità tra la tensione alla conservazione che anima Casa Bagatti Valsecchi e la riflessione sul mutamento che attraversa la poetica degli artisti. Il confronto tra passato e presente evidenzia una comune tensione tra aspirazione alla permanenza e consapevolezza della transitorietà.

“Con Eterne e fragili presenze abbiamo immaginato un incontro tra la vocazione del Museo Bagatti Valsecchi volta a custodire e tramandare memoria, arte e bellezza e la ricerca di Bertozzi & Casoni, che riflette sul rapporto tra eternità e fragilità, sul tempo, sulla trasformazione e sulla caducità delle cose”, racconta il curatore della mostra Alberto Mattia Martini. “La loro pratica artistica si muove infatti in una tensione paradossale: eternare, attraverso la ceramica, la dimensione effimera della vanitas. La mostra prende forma proprio nell’incontro tra queste due tensioni: il desiderio di permanenza che anima ogni collezione e la consapevolezza che ogni cosa, inevitabilmente, sia destinata al cambiamento, dimensioni che da sempre definiscono il nostro rapporto con il tempo e con la memoria.”

Materiale al tempo stesso fragile e durevole, la ceramica assume così un forte valore simbolico, divenendo metafora delle contraddizioni della contemporaneità e del complesso rapporto tra memoria e trasformazione. La mostra invita il pubblico a un’esperienza di osservazione e scoperta che attraversa epoche e linguaggi differenti, riaffermando il ruolo dell’arte come strumento privilegiato di riflessione sul tempo e sulla condizione umana.

Accompagna la mostra un catalogo edito Moebius, con i contributi scientifici del curatore Alberto Mattia Martini e di Aurora Ghezzi, Collection Manager del Museo Bagatti Valsecchi.

CON AFFETTO

Il 29 agosto ci ha lasciato Franco Fontana, artista straordinario e figura imprescindibile della fotografia contemporanea, con cui abbiamo avuto il privilegio di condividere, negli ultimi mesi, il progetto di una mostra a lui dedicata.

Il prossimo ottobre inaugureremo l’esposizione che avevamo immaginato e programmato insieme alla figlia Cristina e alla moglie Uti, e che oggi assume un significato nuovo e ancora più speciale. Sarà l’occasione per celebrare oltre sessant’anni di ricerca, un percorso artistico capace di cambiare per sempre il modo di guardare e interpretare la fotografia a colori.

Franco Fontana ha saputo fare del colore un linguaggio, della luce una materia e del paesaggio una visione. Con il suo sguardo libero e inconfondibile ha trasformato la realtà, andando oltre la semplice rappresentazione e portando la fotografia verso una dimensione profondamente personale e poetica. Il suo lavoro ha lasciato un segno indelebile nella cultura visiva italiana e internazionale e continuerà a parlare alle generazioni future.

La mostra di ottobre sarà per noi un modo per celebrare la sua arte e mantenere vivo quel dialogo che avevamo iniziato insieme, mettendo in relazione il suo lavoro con quello di Atanasio Soldati, in un confronto tra due linguaggi apparentemente lontani ma accomunati da una profonda ricerca sulla forma, il colore e lo spazio.

LEONE XIV

Alcuni giorni sono destinati a entrare nella storia. La visita di Papa Leone XIV alla Repubblica di San Marino, in programma sabato 22 agosto, è uno di questi.

Un appuntamento di straordinario valore spirituale e istituzionale, che apre un nuovo capitolo nei rapporti tra la Santa Sede e l’antica Repubblica, nel segno del dialogo e della fraternità. Un evento destinato a entrare nella memoria collettiva sammarinese.

Per custodire il ricordo di questa giornata, Poste San Marino presenta due emissioni commemorative: un francobollo e una moneta, realizzati per celebrare una pagina di storia del Titano e tramandarne la memoria attraverso due oggetti di grande valore simbolico e collezionistico.

ETERNE

Dal 18 settembre al 25 ottobre 2026 il Museo Bagatti Valsecchi presenta Bertozzi & Casoni. Eterne e fragili presenze, mostra a cura di Alberto Mattia Martini, realizzata in collaborazione con la Galleria Giovanni Bonelli. Il progetto espositivo mette in dialogo la ricerca di Bertozzi & Casoni, tra le più significative esperienze artistiche della contemporaneità, con gli ambienti e le collezioni della storica casa-museo milanese, dando vita a un confronto inedito tra memoria, materia e tempo.Custode di un ideale Rinascimento ricostruito nell’Ottocento dai fratelli Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi, la dimora si trasforma in un palcoscenico dove passato e presente si confrontano attorno ai temi del ricordo, della conservazione e della caducità.

Tra arredi, opere e manufatti storici, le sculture iperrealiste di Bertozzi & Casoni si inseriscono con sorprendente naturalezza negli spazi del Museo, instaurando un dialogo che interroga il rapporto tra autenticità e reinvenzione, permanenza e trasformazione.