DAL MONDO

La moda internazionale si prepara a voltare pagina e, dalle passerelle di Parigi, arriva un messaggio piuttosto chiaro: per la primavera-estate 2027 il guardaroba torna a essere più femminile, fluido e, soprattutto, pensato per la vita reale. Dopo mesi segnati da sperimentazioni e cambi ai vertici delle grandi maison, le collezioni cercano un nuovo equilibrio tra desiderabilità e portabilità.

Uno dei temi più evidenti è il ritorno delle gonne e delle silhouette sensuali. Tessuti leggeri, trasparenze, lingerie reinterpretata e abiti fluidi hanno attraversato diverse passerelle, mentre anche le calzature conquistano un ruolo sempre più importante: la scarpa diventa un vero oggetto del desiderio, capace di dare carattere anche al look più semplice.

A sorprendere è però anche il rapporto della moda con il clima. Le temperature sempre più alte stanno mettendo in discussione il tradizionale calendario stagionale: durante la Paris Fashion Week il caldo anomalo ha spinto designer e pubblico verso tessuti più freschi e capi facilmente adattabili. Louis Vuitton, per esempio, ha presentato una collezione caratterizzata da seta, chiffon e silhouette leggere, quasi una risposta diretta alla trasformazione del clima.

Sul fronte autunno-inverno 2026, invece, continua la voglia di contrasti: proporzioni importanti accanto a capi aderenti, sartorialità e dettagli romantici, colori intensi e texture ricche. Il risultato è una moda meno minimalista rispetto alle stagioni precedenti, ma ancora attenta alla possibilità di costruire un guardaroba personale e versatile.

La sensazione, dunque, è quella di una moda che vuole nuovamente emozionare, senza rinunciare alla concretezza. Tra innovazione, nostalgia e attenzione ai cambiamenti della società, le maison sembrano cercare non tanto il “nuovo a tutti i costi”, quanto un nuovo modo di raccontare il presente.

TRITTICO

“La Tre Valli Varesine ha regalato ancora una volta grande spettacolo agli appassionati di tutto il mondo. Una corsa entusiasmante, caratterizzata da grandi interpreti e il consueto pubblico numeroso e caloroso a bordo strada. Una splendida festa per il ciclismo e una formidabile vetrina internazionale per il nostro territorio”. Lo ha detto il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, partecipando alle premiazioni della 105esima edizione della Tre Valli Varesine (Busto Arsizio – Varese), vinta dal giovane talento belga Jarno Widar che in una volata ristretta, sul traguardo di via Sacco, ha preceduto l’inglese Tom Pidcock e lo statunitense Matteo Jorgenson. Mentre la gara femminile ha visto prevalere Eleonora Gasparrini sulla canadese Sarah Van Dam e sulla svizzera Noemi Rüegg.

“Mi complimento con i vincitori – ha proseguito Fontana – e con tutti i corridori che hanno animato le gare. Ringrazio gli organizzatori della Società Ciclistica Alfredo Binda con Renzo Oldani, i volontari, le Forze dell’ordine e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo grande evento. La Tre Valli Varesine è una corsa che appartiene alla storia mondiale delle due ruote ed è parte integrante della nostra cultura popolare. Per noi lombardi, in particolare per noi della provincia di Varese, il ciclismo è più di uno sport, è qualcosa che attiene anche alla nostra identità territoriale”.

Alla premiazione ha partecipato anche l’assessore regionale alla Cultura, Francesca Caruso: “La Tre Valli Varesine è molto più di una competizione ciclistica: è un patrimonio sportivo e culturale profondamente radicato nella storia e nell’identità del nostro territorio. Il ciclismo nasce dalla passione popolare, dalle strade e dalle comunità, ma è diventato oggi uno degli sport più seguiti a livello internazionale. Manifestazioni come questa – ha affermato Caruso – valorizzano le nostre eccellenze e trasmettono ai giovani i valori dello sport: impegno, sacrificio, rispetto e determinazione. Un ringraziamento speciale alla Società Ciclistica Alfredo Binda e al patron Renzo Oldani, per la dedizione con cui mantengono viva e fanno crescere una tradizione prestigiosa. Un plauso anche alla competizione femminile, che conquista ogni anno maggiore spazio e visibilità, dando risalto al talento delle atlete e contribuendo a un ciclismo sempre più inclusivo”.

Con la Tre Valli Varesine si è chiuso il ‘Trittico Regione Lombardia’, l’evento che riunisce tre storiche competizioni ciclistiche del calendario italiano: la Coppa Agostoni che si è disputata domenica e la Coppa Bernocchi andata in scena ieri a Legnano. Il Trittico se l’è aggiudicato il francese Paul Lapeira, trionfatore sulle strade brianzole dell’Agostoni.

MECENATISMO

Un secolo di donazioni e acquisti che hanno arricchito il patrimonio culturale di Brera. Lo racconta la mostra ‘Cento anni per Brera. Acquisti e doni degli Amici’, aperta al pubblico da domani, mercoledì 7 ottobre, al 14 febbraio 2027 con un percorso che coinvolge la Pinacoteca e Palazzo Citterio.

Alla conferenza stampa di presentazione è intervenuta l’assessore regionale alla Cultura Francesca Caruso. Presenti anche il direttore generale della ‘Grande Brera’, Angelo Crespi, il presidente dell’Associazione ‘Gli Amici di Brera’, Carlo Orsi, e l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Tommaso Sacchi.

‘Gli ‘Amici di Brera’ – ha sottolineato Caruso – hanno contribuito alla crescita del museo con donazioni, acquisizioni e sostegno alla ricerca, dando alla passione per l’arte una funzione pubblica. Questa mostra riconosce il loro lavoro e racconta un legame con la città che è motivo di orgoglio per Milano e per tutta la Lombardia. Il centenario è anche un’occasione per coinvolgere nuovi sostenitori, soprattutto tra i giovani, nella vita di Brera. Dietro molte opere che oggi tutti possono ammirare c’è la scelta di cittadini e collezionisti di metterle a disposizione della collettività. È il valore del mecenatismo al servizio di tutti”.

Curata da Alessandro Morandotti, Francesco Lorenzo Colombo e Valentina Ferrari, la mostra presenta opere normalmente non esposte, fotografie storiche, documenti e testimonianze a stampa che ricostruiscono la storia dell’Associazione dal 1926 a oggi. Nelle sale della Pinacoteca e di Palazzo Citterio apposite didascalie identificano inoltre i capolavori acquisiti grazie agli ‘Amici di Brera’ e ne raccontano l’ingresso nelle collezioni.

Durante la conferenza stampa sono stati presentati anche i prossimi appuntamenti dell’associazione. Entro la fine dell’anno, riproduzioni dei capolavori della Pinacoteca e di Palazzo Citterio saranno portate nella nuova palazzina ambulatoriale dell’Istituto Neurologico Carlo Besta, con l’obiettivo di rendere più accoglienti gli spazi di cura e far conoscere il patrimonio di Brera anche fuori delle sedi museali.

“Un’iniziativa – ha commentato l’assessore – che traduce l’idea di portare l’arte non solo nei musei e nei luoghi tradizionali della cultura, ma anche negli spazi ‘insoliti’ rendendola a disposizione di tutti e creando dialoghi inediti tra arte e cura”.

“Il welfare culturale – ha concluso – è uno degli aspetti su cui, come Regione, stiamo lavorando con impegno attraverso iniziative concrete e mirate. Perché anche la cultura può essere una forma di cura”.

ESPOLORAZIONI

Galleria Gracis continua il suo percorso di esposizioni dedicate ai grandi maestri del Novecento italiano scegliendo per l’autunno 2026 di esplorare le figure di due artisti che, ognuno nel suo ambito d’indagine, possono essere considerati dei veri e propri avanguardisti. Atanasio Soldati, artista parmigiano maestro dell’astrattismo italiano del secondo Dopoguerra, viene messo in dialogo con gli scatti di Franco Fontana, fotografo modenese tra i nomi più importanti in Italia negli ultimi decenni le cui opere si contraddistinguono per l’uso del colore e l’equilibrio della composizione.

Atanasio Soldati – Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930 – 2017 è la mostra, realizzata in collaborazione con la Galleria Photo & Contemporary di Torino, che dal 7 ottobre al 23 dicembre 2026 vuole creare un dialogo tra due ricerche artistiche che, pur appartenendo a linguaggi differenti, condividono una profonda affinità visiva e concettuale. Attraverso il confronto tra immagini, forme e superfici, il progetto intende mettere in evidenza assonanze formali, ritmi cromatici e tensioni compositive che conducono verso una dimensione di astrazione, dove il colore e la costruzione dello spazio diventano elementi centrali della percezione.

Franco Fontana, scomparso il 29 agosto 2026, nasce a Modena nel 1933 e, avvicinatosi alla fotografia da autodidatta, trasforma ben presto una passione amatoriale in una ricerca professionale che lo porterà a diventare uno dei più autorevoli fotografi italiani sulla scena internazionale.

Fin dagli anni Sessanta sviluppa un linguaggio del tutto personale, rivoluzionando il ruolo del colore nella fotografia: non più semplice elemento descrittivo, ma autentica struttura compositiva dell’immagine. Attraverso campiture cromatiche nette, linee essenziali e rigorose geometrie, Fontana interpreta paesaggi e architetture come costruzioni visive autonome, sospese tra realtà e percezione. Come egli stesso afferma: “Scattare è questione di pensiero. Bisogna fotografare quello che si sente, non quello che si vede […] le immagini sono un’emanazione del fotografo, traducono in un linguaggio universalmente comprensibile la sua interpretazione del mondo. Attraverso il suo sguardo, il fotografo rende visibile l’invisibile; ed è allora che la fotografia diventa invenzione” (Franco Fontana, Francesca Parravicini, Fotografia Creativa, Mondadori, Milano, 2016).

I suoi scatti danno vita a spazi permeati da una dimensione di sospensione temporale che supera il limite tradizionale del medium fotografico e non è più registrazione del mondo visibile, ma diventa una visione autonoma, rarefatta e contemplativa dove il colore è il protagonista e non un mezzo.

È proprio questa concezione dell’immagine, intesa come rilettura del reale e non come sua semplice registrazione, a trovare un profondo punto di contatto con la ricerca pittorica di Atanasio Soldati, accomunata dalla medesima tensione verso una sintesi formale, affidata al colore e al rigore delle linee geometriche quali strumenti di costruzione dell’immagine.

Soldati nasce a Parma nel 1896 e scompare nel 1953, si forma come architetto prima di dedicarsi interamente alla pittura e con la sua ricerca artistica ha contribuito alla definizione del linguaggio astratto in Italia: nelle sue opere, Soldati ricostruisce uno spazio mentale, sospeso, enigmatico, atemporale, dove la città e i paesaggi diventano strutture di rapporti formali e volumetrici, nei quali è chiaro il rimando metafisico che fa percepire il silenzio e la sospensione di questi non luoghi. Un’attenzione costante è data al colore, protagonista delle tele, steso a tinte piatte e caratterizzato da toni sgargianti, con contrasti sempre calibrati e saturi in nitide definizioni delle campiture. Nel 1935, scrivendo per il Bollettino della Galleria Il Milione, così descriveva la sua poetica: “I tempi iniziali di tutte le arti sono i più ricchi di poesia, perché la poesia è fatta di primitività e non di esperienza. La pittura astratta (anche se l’aggettivo può non essere adatto) ama l’analisi, l’ordine, gli armoniosi rapporti di geometria, la chiarezza, come è di ogni opera d’arte, di qualunque tempo, dal Partenone a Piero della Francesca. Ogni linea come ogni forma è un miracolo. Mistero dell’arte. Le linee amano lo spazio, creano ritmi, logicamente funzioni. […]”.

Accostando le opere di questi due artisti è semplice tracciare un parallelismo tra le composizioni studiate su linee ritmate, piani sovrapposti, geometrie costruite dalla luce e dal colore, sempre acceso e vibrante. Il paesaggio e la città diventano per entrambi elementi da reinterpretare soggettivamente attraverso il colore, la luce, e i volumi, e così la realtà che non viene documentata ma interpretata; sia l’artista che il fotografo rivendicano nelle loro opere la libertà interpretativa di analizzare il reale.

Nella mostra di Galleria Gracis i paesaggi urbani di Fontana sono accostati alle tele di Soldati, creando armonia tra i ritmi verticali e orizzontali dei due artisti e avvicinando opere che condividono assonanze cromatiche e di inquadratura. Il visibile è rianalizzato secondo schemi nuovi, l’armonia di un oggetto o di un paesaggio diventa oggetto di meditazione e semplificazione formale.

Il percorso espositivo si completa con un focus dedicato ai paesaggi naturali di Franco Fontana, che offre uno sguardo su un ulteriore capitolo della sua ricerca e ne restituisce la straordinaria coerenza del linguaggio, dove anche la natura diviene occasione di una visione essenziale e profondamente personale.

Atanasio Soldati – Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930 – 2017  si configura così come un’indagine sullo sguardo, in cui pittura e fotografia concorrono a ridefinire i confini della percezione del reale.

La programmazione espositiva di Galleria Gracis prosegue a febbraio 2027 con una mostra sul contemporaneo, una personale dell’artista Giulia Marchi che sta sviluppando un progetto site specific.

OTTOBRE

L’autunno milanese entra nel vivo e, archiviata la grande stagione delle sfilate di settembre, la moda italiana torna a mostrarsi attraverso eventi, mostre e iniziative dedicate al savoir-faire. A Milano, dal ieri all’11 ottobre, il Quadrilatero della Moda ospita la diciassettesima edizione de La Vendemmia di Via MonteNapoleone, manifestazione che intreccia moda, lusso, vino e arte attraverso appuntamenti nelle boutique e degustazioni esclusive. 

Uno degli appuntamenti più interessanti per comprendere la moda oltre la passerella sarà però ApritiModa, in programma il 24 e 25 ottobre. Atelier, laboratori e manifatture apriranno le loro porte al pubblico in tutta Italia, permettendo di scoprire da vicino come nascono abiti, tessuti e accessori del Made in Italy. 

Sempre a Milano, l’attenzione si sposta anche sulla nuova generazione creativa. Dal 27 al 29 ottobre, BASE Milano ospiterà Fashion Graduate Italia 2026, con sfilate, esposizioni e talk dedicati agli studenti delle principali scuole di moda italiane: un appuntamento importante per osservare in anticipo i linguaggi che potrebbero caratterizzare il fashion system dei prossimi anni.

Sul fronte culturale, prosegue invece a Palazzo Reale la mostra “Dalí e la Moda”, aperta fino al 31 gennaio 2027, che attraverso oltre 200 opere e documenti racconta il rapporto tra Salvador Dalí e il mondo dell’abbigliamento, dimostrando ancora una volta quanto siano profonde le contaminazioni tra arte e moda. 

Il filo conduttore di questo ottobre, dunque, sembra essere quello di una moda italiana sempre più interessata a raccontare ciò che sta dietro al prodotto: l’artigianalità, gli archivi, la formazione e il dialogo con arte e cultura. Un modo per ribadire che il valore del Made in Italy non risiede soltanto nel nome della maison, ma soprattutto nel patrimonio creativo e manifatturiero che continua a sostenerlo. 

SFUMATURE

Voghera (Pavia) torna protagonista dell’enologia internazionale con la settima edizione di ‘50 Sfumature di Pinot Noir’, in programma il 10 e 11 ottobre nel Ridotto del Teatro Valentino Garavani, recentemente restaurato.

L’edizione 2026 della manifestazione, è stata presentata oggi a Palazzo Lombardia, con la partecipazione degli assessori regionali Debora Massari (Turismo, Marketing territoriale e Moda), Elena Lucchini (Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità) e Franco Lucente (Trasporti e Mobilità sostenibile), oltre agli organizzatori dell’evento.

La kermesse punta a valorizzare il Pinot Nero come eccellenza enologica e, allo stesso tempo, come strumento di promozione del territorio, attraverso degustazioni, incontri, gastronomia, cultura e spettacoli. Sono 99 le etichette in degustazione oltre ai vini ospiti di Alsazia e Armenia: detengono il primato le etichette di casa Oltrepò Pavese, seguite da quelle italiane provenienti da Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Veneto, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia, Sicilia, e da quelle estere di Francia – Champagne, Borgogna – Austria, Slovenia, USA Oregon, Sud Africa e Nuova Zelanda.

Tra le novità di questa edizione, la location dell’evento, ospitato quest’anno nelle storiche sale del Ridotto del Teatro che porta il nome dello stilista Valentino Garavani e l’accordo stipulato con Poste italiane che ha creato un ‘Annullo filatelico’ per rendere indimenticabile l’esperienza nella città sul 45° Parallelo. Un bollo, creato appositamente per l’occasione, che diventerà anche un ricordo da collezione.

“Il valore di ‘50 Sfumature di Pinot Noir’ – ha commentato Massari – va oltre la degustazione. Il Pinot Nero può diventare un vero motivo di viaggio e accompagnare il visitatore alla scoperta di Voghera e dell’Oltrepò Pavese, delle sue cantine, dei borghi, della ristorazione e dei suoi paesaggi. La crescita della manifestazione – ha proseguito l’assessore –  che quest’anno prevede 99 etichette, conferma la capacità dell’evento di attrarre pubblico e creare un legame sempre più forte tra eccellenza enologica e territorio. Grazie ad eventi come questo, la cultura produttiva propria di queste zone, diventa una leva di promozione del territorio”.

“Regione Lombardia – ha concluso Massari – sostiene questa prospettiva: fare delle nostre eccellenze una ragione per partire alla scoperta dei territori, fermarsi e tornare”.

“L’Oltrepò Pavese è un territorio di straordinaria ricchezza – ha sottolineato Lucchini – capace di esprimere una delle grandi eccellenze vitivinicole della Lombardia e dell’intero Paese. Per questo Regione Lombardia è al fianco delle istituzioni, dei produttori e di tutti gli operatori che stanno lavorando per valorizzarne il patrimonio e accompagnarlo verso nuove prospettive di sviluppo”.

“Il Pinot Noir – ha continuato – rappresenta una delle grandi identità dell’Oltrepò: un patrimonio di competenze, tradizione e qualità che oggi può dialogare sempre più con i mercati internazionali e con un turismo attento alle esperienze enogastronomiche, culturali e paesaggistiche”.

“Voghera, la mia città – ha terminato l’assessore – è orgogliosa di ospitare questo appuntamento e di essere al centro di un percorso che mette insieme istituzioni, imprese e comunità locale”.

“La settima edizione di 50 Sfumature di Pinot Noir in programma i prossimi 10 e 11 ottobre – ha commentato Alessandro Beduschi – colloca la città di Voghera su un meritato podio internazionale. L’Oltrepò Pavese è da sempre uno dei punti di riferimento assoluti per l’enologia, nelle sue espressioni di eleganti e di qualità, riconosciuta a livello globale”.

“In un contesto – ha spiegato – in cui le cantine del territorio dialogano con realtà di altri Paesi del mondo attorno alle sfide che il mondo del vino deve affrontare, dai cambiamenti climatici ai mercati  il Pinot Noir dell’Oltrepò Pavese e della Lombardia lo fa promuovendo il cibo regionale, grazie all’alleanza con il Provolone Valpadana, una delle Dop del settore lattiero caseario, altro fiore all’occhiello delle Indicazioni Geografiche lombarde”.

“50 Sfumature di Pinot Noir – ha spiegato Lucente – è ormai un appuntamento per intenditori e amanti del buon vino, capace di valorizzare l’identità culturale, agricola, paesaggistica ed enogastronomica di un territorio vocato al turismo come l’Oltrepò. Fondamentale la collaborazione tra enti locali, istituzioni e associazioni di categoria per dar vita a tutte quelle iniziative in grado di favorire l’accessibilità a realtà geografiche che meritano di essere scoperte e apprezzate da un vasto pubblico”.

“Il mio Assessorato – ha aggiunto l’assessore – sta lavorando per una mobilità sempre più moderna ed efficiente, sia su ferro sia su gomma, all’insegna di un’interconnessione che azzeri le distanze tra luoghi e destinazioni.

“I trasporti  – ha detto in conclusione l’assessore  – sono fondamentali per far crescere il sistema economico e sociale della Lombardia, per una valorizzazione delle eccellenze locali, che comprendono anche il sistema enoturistico”.

Il programma prevede un ricco palinsesto di degustazioni guidate, incontri dedicati al futuro della viticoltura e al cambiamento climatico, focus sui vini di Alsazia e Armenia, appuntamenti gastronomici e dedicati ai cocktail, iniziative culturali e spettacoli.

RISPETTO

La Carta degli impegni ‘Generazione Rispetto: adesso tocca a noi’, promossa da Regione Lombardia per rafforzare la cultura del rispetto, della parità e del contrasto alla violenza maschile contro le donne, arriva nelle università lombarde con una mostra itinerante.

Dopo la sottoscrizione della Carta lo scorso 25 novembre, il documento entra ora negli atenei della regione per coinvolgere direttamente le nuove generazioni e offrire a studenti e studentesse la possibilità di conoscere i contenuti dell’iniziativa e firmare a loro volta la Carta degli impegni.

L’iniziativa nasce dalla volontà di condividere un percorso di prevenzione e sensibilizzazione capace di rendere protagonisti i giovani studenti universitari, le operatrici under 35 della rete antiviolenza e i giovani amministratori dei comuni lombardi.
La Carta raccoglie intenti, valori e azioni concrete per promuovere il rispetto, la parità e il contrasto a tutte le forme di violenza contro le donne, comprese quelle fisiche, psicologiche, economiche e digitali.

“Regione Lombardia – ha detto Elena Lucchini, assessore alla Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità – intende ringraziarvi e riconosce il valore del lavoro svolto in questi mesi per produrre il testo della Carta degli impegni come la più alta e virtuosa testimonianza dell’autentica volontà di promuovere la cultura del rispetto. La Carta si inserisce nel più ampio impegno regionale che si sviluppa attraverso iniziative di prevenzione, educazione, rafforzamento delle reti territoriali e dei servizi di protezione e che mira a contrastare tutte le forme di violenza sia quelle più note come quella fisica, quella psicologica, economica ma anche quelle più insidiose ed emergenti come quella digitale”.

Il tour porterà negli atenei anche una mostra itinerante, offrendo un’occasione di informazione, riflessione e partecipazione.
L’invito rivolto alla comunità universitaria è chiaro: visitare la mostra e firmare la Carta degli impegni, contribuendo così a diffondere una cultura del rispetto e a contrastare ogni forma di violenza.

ASTRATTISMO

Galleria Gracis continua il suo percorso di esposizioni dedicate ai grandi maestri del Novecento italiano scegliendo per l’autunno 2026 di esplorare le figure di due artisti che, ognuno nel suo ambito d’indagine, possono essere considerati dei veri e propri avanguardisti. Atanasio Soldati, artista parmigiano maestro dell’astrattismo italiano del secondo Dopoguerra, viene messo in dialogo con gli scatti di Franco Fontana, fotografo modenese tra i nomi più importanti in Italia negli ultimi decenni le cui opere si contraddistinguono per l’uso del colore e l’equilibrio della composizione.

Atanasio Soldati – Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930 – 2017 è la mostra, realizzata in collaborazione con la Galleria Photo & Contemporary di Torino, che dal 7 ottobre al 23 dicembre 2026 vuole creare un dialogo tra due ricerche artistiche che, pur appartenendo a linguaggi differenti, condividono una profonda affinità visiva e concettuale. Attraverso il confronto tra immagini, forme e superfici, il progetto intende mettere in evidenza assonanze formali, ritmi cromatici e tensioni compositive che conducono verso una dimensione di astrazione, dove il colore e la costruzione dello spazio diventano elementi centrali della percezione.

Franco Fontana, scomparso il 29 agosto 2026, nasce a Modena nel 1933 e, avvicinatosi alla fotografia da autodidatta, trasforma ben presto una passione amatoriale in una ricerca professionale che lo porterà a diventare uno dei più autorevoli fotografi italiani sulla scena internazionale.

Fin dagli anni Sessanta sviluppa un linguaggio del tutto personale, rivoluzionando il ruolo del colore nella fotografia: non più semplice elemento descrittivo, ma autentica struttura compositiva dell’immagine. Attraverso campiture cromatiche nette, linee essenziali e rigorose geometrie, Fontana interpreta paesaggi e architetture come costruzioni visive autonome, sospese tra realtà e percezione. Come egli stesso afferma: “Scattare è questione di pensiero. Bisogna fotografare quello che si sente, non quello che si vede […] le immagini sono un’emanazione del fotografo, traducono in un linguaggio universalmente comprensibile la sua interpretazione del mondo. Attraverso il suo sguardo, il fotografo rende visibile l’invisibile; ed è allora che la fotografia diventa invenzione” (Franco Fontana, Francesca Parravicini, Fotografia Creativa, Mondadori, Milano, 2016).

I suoi scatti danno vita a spazi permeati da una dimensione di sospensione temporale che supera il limite tradizionale del medium fotografico e non è più registrazione del mondo visibile, ma diventa una visione autonoma, rarefatta e contemplativa dove il colore è il protagonista e non un mezzo.

È proprio questa concezione dell’immagine, intesa come rilettura del reale e non come sua semplice registrazione, a trovare un profondo punto di contatto con la ricerca pittorica di Atanasio Soldati, accomunata dalla medesima tensione verso una sintesi formale, affidata al colore e al rigore delle linee geometriche quali strumenti di costruzione dell’immagine.

Soldati nasce a Parma nel 1896 e scompare nel 1953, si forma come architetto prima di dedicarsi interamente alla pittura e con la sua ricerca artistica ha contribuito alla definizione del linguaggio astratto in Italia: nelle sue opere, Soldati ricostruisce uno spazio mentale, sospeso, enigmatico, atemporale, dove la città e i paesaggi diventano strutture di rapporti formali e volumetrici, nei quali è chiaro il rimando metafisico che fa percepire il silenzio e la sospensione di questi non luoghi. Un’attenzione costante è data al colore, protagonista delle tele, steso a tinte piatte e caratterizzato da toni sgargianti, con contrasti sempre calibrati e saturi in nitide definizioni delle campiture. Nel 1935, scrivendo per il Bollettino della Galleria Il Milione, così descriveva la sua poetica: “I tempi iniziali di tutte le arti sono i più ricchi di poesia, perché la poesia è fatta di primitività e non di esperienza. La pittura astratta (anche se l’aggettivo può non essere adatto) ama l’analisi, l’ordine, gli armoniosi rapporti di geometria, la chiarezza, come è di ogni opera d’arte, di qualunque tempo, dal Partenone a Piero della Francesca. Ogni linea come ogni forma è un miracolo. Mistero dell’arte. Le linee amano lo spazio, creano ritmi, logicamente funzioni. […]”.

Accostando le opere di questi due artisti è semplice tracciare un parallelismo tra le composizioni studiate su linee ritmate, piani sovrapposti, geometrie costruite dalla luce e dal colore, sempre acceso e vibrante. Il paesaggio e la città diventano per entrambi elementi da reinterpretare soggettivamente attraverso il colore, la luce, e i volumi, e così la realtà che non viene documentata ma interpretata; sia l’artista che il fotografo rivendicano nelle loro opere la libertà interpretativa di analizzare il reale.

Nella mostra di Galleria Gracis i paesaggi urbani di Fontana sono accostati alle tele di Soldati, creando armonia tra i ritmi verticali e orizzontali dei due artisti e avvicinando opere che condividono assonanze cromatiche e di inquadratura. Il visibile è rianalizzato secondo schemi nuovi, l’armonia di un oggetto o di un paesaggio diventa oggetto di meditazione e semplificazione formale.

Il percorso espositivo si completa con un focus dedicato ai paesaggi naturali di Franco Fontana, che offre uno sguardo su un ulteriore capitolo della sua ricerca e ne restituisce la straordinaria coerenza del linguaggio, dove anche la natura diviene occasione di una visione essenziale e profondamente personale.

Atanasio Soldati – Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930 – 2017  si configura così come un’indagine sullo sguardo, in cui pittura e fotografia concorrono a ridefinire i confini della percezione del reale.

La programmazione espositiva di Galleria Gracis prosegue a febbraio 2027 con una mostra sul contemporaneo, una personale dell’artista Giulia Marchi che sta sviluppando un progetto site specific.

ESTATE 1943

Continua la quinta edizione del cartellone culturale del Museo Bagatti Valsecchi “Stasera al Museo. Lasciami mezz’ora per vedere” con un nuovo appuntamento teatrale. Dal 14 al 18 ottobre, per cinque repliche, va in scena nel Salone d’Onore La casa in collina, una nuova produzione originale del Museo Bagatti Valsecchi ispirata all’omonimo romanzo di Cesare Pavese, che viene adattato per la prima volta per il teatro.

Lo spettacolo, con la regia di Mario Scandale, la drammaturgia di Giulia Bartolini e l’interpretazione di Noemi Apuzzo e Christian La Rosa, è il quinto spettacolo prodotto dal Museo e il secondo della stagione 2026. Realizzato con la supervisione scientifica di Fondazione Cesare Pavese, il progetto nasce da un percorso di ricerca sviluppato nell’ambito della 48ª edizione di AstiTeatro e rappresenta la prima collaborazione tra il Museo Bagatti Valsecchi e il festival dedicato alla ricerca teatrale contemporanea.

“Lasciami mezz’ora per vedere” è il filo conduttore dell’intera programmazione culturale 2026 del Museo Bagatti Valsecchi: un invito a rallentare lo sguardo, osservare con maggiore attenzione ciò che ci circonda e lasciarsi interrogare dall’arte. In questo orizzonte si inserisce La casa in collina, che restituisce al presente le domande e le inquietudini del romanzo di Cesare Pavese.

Ambientato nell’estate del 1943, la vicenda segue Corrado, professore torinese rifugiatosi sulle colline sopra il Po per sfuggire ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Qui ritrova Cate, un amore giovanile, e il figlio di Cate, Dino, di cui sospetta la paternità. Quando la guerra rende impossibile ogni forma di neutralità, Corrado è costretto a confrontarsi con il peso delle proprie responsabilità, verso il bambino, verso la storia e verso sé stesso. Attraverso questa vicenda, lo spettacolo pone una domanda che conserva tutta la sua urgenza: come reagisce un essere umano quando la guerra irrompe nella sua vita?

Se il Futurismo in quell’epoca celebrava la velocità e la modernità, questa opera teatrale restituisce invece il tempo sospeso dell’attesa, l’inazione e la difficoltà del vedere prima di scegliere. Corrado, il protagonista, osserva il mondo mentre tutto intorno precipita e cerca di comprendere da che parte stare: il suo sguardo, fragile e profondamente umano, diventa una riflessione sulla responsabilità individuale di fronte alla storia in relazione a chi eredita le conseguenze delle nostre scelte.

L’adattamento di Giulia Bartolini conserva il nucleo etico ed esistenziale del romanzo, traducendolo in una drammaturgia contemporanea a due personaggi. Al centro, Corrado e Cate: due modi opposti di attraversare la guerra e di misurarsi con ciò che accade intorno a loro. Mentre Cate sceglie progressivamente di prendere parte, Corrado osserva, comprende, dubita e cerca nella collina una distanza che possa proteggerlo dalla Storia. Ma con l’inasprirsi del conflitto, quella distanza diventa impossibile da mantenere. Attraverso dialoghi, ricordi e confessioni rivolte agli spettatori, la guerra entra così nella dimensione più intima dei personaggi, nei loro legami, nei desideri e nelle responsabilità individuali. Senza offrire risposte o giudizi, lo spettacolo interroga la distanza tra ciò che comprendiamo e ciò che siamo disposti a fare, restituendo al presente tutta la forza delle domande poste da Pavese.

“Questo adattamento teatrale de La casa in collina nasce da un’ipotesi – spiega il regista Mario Scandale – e se un Dino ragazzo, più grande, sopravvissuto al conflitto, incontrasse Corrado e gli ponesse una domanda: cosa deve fare un uomo quando arriva una guerra? Tutta la messa in scena è il tentativo di restare dentro quella domanda. Corrado parla al pubblico come se parlasse a un figlio, a chi viene dopo di lui e gli chiede conto delle sue scelte. È un dispositivo che mi riguarda da vicino. Sono quarantenne, e guerra non è per me una parola astratta, ma qualcosa che sento accadere; è nelle immagini, nelle notizie, nei corpi degli altri, ogni giorno, accanto a me. Corrado cerca per tutto il testo una distanza giusta da questa guerra, abbastanza vicino al fuoco da sentirne il calore, abbastanza lontano da non bruciarsi. Riconosco in questo lo stesso movimento, la stessa tentazione di restare a guardare. Non so se questa regia risponderà alla domanda di Dino. So che nasce da lì. Corrado non sa se è padre, e forse non vuole saperlo. Quella paternità desiderata e mai assunta fino in fondo mi sembra vicina a una condizione più larga, quella di chi fatica ad assumersi una responsabilità, culturale, intellettuale, fisica, verso chi viene dopo. Per la messa in scena ho scelto di affidare il senso del mio pensiero registico all’interpretazione degli attori, Christian La Rosa e Noemi Apuzzo. La messa in scena sarà essenziale, costruita sui gesti, sulla voce, sui corpi. Il Salone d’Onore del Museo Bagatti Valsecchi, con i suoi arredi e la sua memoria, sarà il contrappunto naturale a questa essenzialità. Con Giulia Bartolini portiamo avanti un lavoro che ci sta a cuore, misurarci con grandi romanzi e con la loro trasformazione in scrittura scenica, un esercizio che ogni volta ci costringe a interrogare di nuovo cosa significhi portare un testo in scena. Per me è la seconda produzione con il Museo Bagatti Valsecchi: un percorso che considero un grande arricchimento, un’occasione rara di libertà e sperimentazione.”

“La casa in collina non è un romanzo politico nel senso in cui spesso intendiamo questa parola: non indica una parte, non costruisce eroi, non dà risposte. È politico perché pone una domanda sulla responsabilità individuale: cosa facciamo quando la Storia ci chiede di prendere parte? Nell’adattamento abbiamo spostato questa domanda dal pensiero all’azione, per vedere cosa produce sui corpi e sulle relazioni, cosa accade agli altri quando scegliamo di agire o di sottrarci. Lo abbiamo fatto attraversando la lingua di Pavese, cercando di conservarne l’altezza, il ritmo e la capacità di tenere insieme il quotidiano e il pensiero, e portandola dentro il dialogo e l’azione scenica. Abbiamo cercato così di entrare nel presente senza rispondere a quella domanda, ma consegnandola intatta allo spettatore di oggi, ai figli di oggi: un testamento per noi e per chi verrà dopo di noi.” aggiunge la drammaturga Giulia Bartolini.

L’opera teatrale è nata da un percorso di residenza artistica ospitata lo scorso giugno nell’ambito della 48ª edizione di AstiTeatro. Un’esperienza creativa di cinque giorni, che prevedeva un’immersione nei luoghi pavesiani, attraverso una visita alla Casa Museo di Santo Stefano Belbo per poi proseguire con una visita agli spazi dell’Archivio Storico di Asti. La residenza ha rappresentato un momento di ricerca e sperimentazione dedicato al passaggio dalla parola alla scena, con particolare attenzione alla riscrittura del personaggio di Cate, restituita come una donna concreta e combattiva, al tempo stesso fragile e potente. La lettura scenica ha costituito una tappa fondamentale del processo creativo, offrendo agli artisti l’opportunità di confrontarsi con il pubblico e di affinare la drammaturgia in vista della produzione finale.

Più che una rilettura del romanzo, La casa in collina è una riflessione che guarda all’opera di Pavese come a un testamento: una domanda consegnata alle generazioni successive su cosa significhi restare umani quando la guerra entra nelle nostre vite e ci costringe a scegliere. In questo senso, la messa in scena trova nel Museo Bagatti Valsecchi un luogo naturale: uno spazio dedicato alla conservazione e alla trasmissione della memoria, dove l’arte diventa uno strumento per interrogarsi sul presente e sul nostro rapporto con ciò che scegliamo di custodire.

Attraverso la figura di Corrado, lo spettacolo interroga il nostro presente: che cosa significa oggi custodire ciò che riconosciamo come valore – la bellezza, la memoria, le tracce di ciò che siamo stati – dentro un tempo che sembra continuamente riscriverne il senso? È una domanda che il teatro, come ogni forma d’arte, non si limita a porre, ma rilancia nello spazio condiviso della scena, affidandola allo sguardo dello spettatore.

“Con La casa in collina il Museo Bagatti Valsecchi conferma il desiderio di utilizzare anche il linguaggio teatrale per raggiungere un pubblico sempre più ampio e diversificato” afferma Antonio D’Amico, Direttore del Museo Bagatti Valsecchi. “Immaginare il Museo come un luogo che produce contenuti culturali, pieni di messaggi che migliorano il nostro umore e ci arricchiscono, ci consente di custodire e regalare bellezza, offrendo a ciascuno un piccolo rifugio per l’anima in cui ritrovarsi e sentirsi a casa. La nostra sfida è quella di portare queste attività anche al di fuori delle nostre mura, per raggiungere pubblici fragili e fare in modo che la cultura sia beneficio di tutti. Un obiettivo che perseguiamo anche grazie al prezioso contributo di partner come Altemasi Trentodoc, Amaro Alpino e Valverde, che credono nel nostro progetto.”

MESSAGGIO

“Custodire l’eredità culturale lombarda mettendola al servizio della persona, della sua dignità e della sua sete di verità”. È l’auspicio di Papa Leone XIV per ‘Futura – Nuovi sguardi per la Cultura’, l’appuntamento promosso dall’assessore regionale alla Cultura, Francesca Caruso, al Teatro alla Scala di Milano. Il messaggio del Pontefice, trasmesso attraverso una lettera della Segreteria di Stato, è stato letto dall’assessore in apertura dell’evento.

Nella lettera, firmata da monsignor Anthony Ekpo e indirizzata all’assessore Caruso, il Santo Padre ha incoraggiato a rivolgere ‘nuovi sguardi’ al patrimonio culturale, nella consapevolezza che “la bellezza artistica e il pensiero culturale – si legge nella missiva – sono spesso la manifestazione più alta e luminosa della vita dello spirito”.

Leone XIV ha auspicato inoltre che ‘Futura’ possa favorire “la comprensione di come la fede cristiana abbia informato, nei secoli, l’arte, la letteratura e la poesia italiana”. Il Pontefice ha assicurato “il ricordo nella preghiera affinché il convegno possa offrire spunti per custodire l’eredità culturale lombarda e continuare a edificare una società fraterna e ricca di speranza”.

“Ringrazio il Santo Padre – ha affermato Caruso – per aver rivolto un pensiero a ‘Futura’ e alla Lombardia. Leggere il suo messaggio alla Scala è un’emozione che desidero condividere con tutti coloro che lavorano ogni giorno nella cultura. Mi colpisce il richiamo alla dignità della persona: custodire un’opera, aprire un museo o portare in scena uno spettacolo acquista pieno significato quando permette a qualcuno di conoscere, interrogarsi e sentirsi parte di una comunità”.

“Le parole del Papa – ha aggiunto l’assessore – ci impegnano anche a riconoscere ciò che abbiamo ricevuto. La fede cristiana ha lasciato tracce profonde nelle opere e nei luoghi della Lombardia. Conoscerle aiuta a comprendere la nostra storia e a trasmetterla ai più giovani. Il compito delle istituzioni è fare in modo che questo patrimonio possa essere incontrato e compreso da tutti. È con questo senso di responsabilità che abbiamo voluto ‘Futura’ come occasione di confronto tra le persone oggi riunite alla Scala”.